Prince, dieci anni senza il genio che cambiò la black music: nessun colpevole per la sua morte

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Sono passati esattamente dieci anni da quel 21 aprile 2016, il giorno in cui Prince Rogers Nelson – un fuoriclasse assoluto, capace di rivoluzionare la black music con una disinvoltura che ancora oggi lascia senza fiato – venne trovato privo di vita nella sua casa-compound di Minneapolis. Aveva 57 anni, e la notizia della sua scomparsa gettò nello sconforto milioni di fan sparsi in ogni angolo del pianeta. L’autopsia, come si legge nei documenti ufficiali, stabilì una causa chiara ma non per questo meno drammatica: un’overdose accidentale di fentanyl, una sostanza oppiacea potentissima, introdotta nell’organismo dell’artista attraverso pillole contraffatte di Percocet. Nessun’altra persona, a oggi, è stata formalmente incriminata per quel che accadde.

Un’inchiesta chiusa senza un responsabile

Mark Metz, il procuratore della contea di Carver in Minnesota, ha provveduto a chiudere definitivamente le indagini sulla morte del musicista, dopo aver constatato – e qui risiede il nodo giudiziario più spinoso della vicenda – l’assenza di prove sufficienti per determinare chi gli avesse procurato quei farmaci contraffatti. Nessun testimone oculare, nessuna traccia digitale o fisica ha permesso di risalire a un fornitore specifico, e lo stesso Metz ha dichiarato che non ci sono elementi per formulare un’accusa. Si tratta, in altre parole, di un caso rimasto irrisolto, dove la vittima è anche l’unica protagonista certa della dinamica; le pillole che lo uccisero, lo si è appurato, circolavano sul mercato nero con una frequenza allarmante già in quegli anni.

L’artista, il Testimone di Geova e lo scontro con i colleghi

Quel genio eccentrico e solitario, che a Madonna e a Bruce Springsteen vietò persino l’uso del suo bagno privato durante una festa (un episodio diventato leggenda), si prese a sputi con Sinead O’Connor in una celebre polemica che divise il pubblico. Eppure, nella vita quotidiana, c’era un altro Prince, ben lontano dai riflettori: quello che la domenica mattina presto, indossando i panni del Testimone di Geova, bussava alle porte della congregazione di St. Louis Park, Minneapolis, per il consueto giro di proselitismo. Una signora di mezza età, aprendo la porta, lo fissò a lungo prima di azzardare una domanda: “Le hanno mai detto che lei somiglia molto a Prince?”. Lui rispose, con pacata ironia, “Molto spesso”. “E qual è il suo nome, figliolo?”, insistette lei. Prince, semplicemente Prince. Nessuna maschera, quella mattina, se non quella di un fedele tra i fedeli.

Un brano ritrovato e la versione regalata a Céline Dion

A dieci anni esatti dalla scomparsa, arriva però una notizia che riguarda la sua eredità artistica più pura. Nel novembre del 1991, Prince entrò da solo a Paisley Park – il suo studio-labirinto fuori Minneapolis – e suonò ogni singolo strumento, uno dopo l’altro, per registrare “With This Tear”. Lo fece in presa diretta, senza sessioni, come un ossesso. Poi decise di regalare il brano a Céline Dion, che lo pubblicò nel 1992 nella sua versione, mentre quella originale dell’autore rimase chiusa in un cassetto per oltre tre decenni. Oggi, finalmente, quella registrazione originale è stata resa disponibile in formato digitale: l’ha rimasterizzata e remixata Chris James, un ingegnere del suono che era già stato suo collaboratore. La si ascolta come fosse una voce dal fondo di un’altra era, intatta e straordinariamente viva.

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