Moby Prince, 35 anni dopo: Livorno non si arrende all’oblio

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono bastati pochi minuti, quella sera del 10 aprile 1991, per trasformare la rada di Livorno in un inferno di acciaio e fumo. Il Moby Prince, traghetto in partenza per Olbia, entrò in collisione con la petroliera Agip Abruzzo, e l’incendio che ne seguì non diede scampo a 140 persone: passeggeri, membri dell’equipaggio, vite spezzate all’improvviso. Trentacinque anni dopo, il porto si è fermato di nuovo, non per il rumore delle moto d’orzo o il traffico dei container, ma per ascoltare il silenzio di una ferita che continua a sanguinare.

Livorno ha risposto con cerimonie, un corteo silenzioso e le parole del sindaco, il quale ha affidato a un’affermazione netta il senso di una memoria che rifiuta la rassegnazione: “Nel vocabolario della tragedia non ci sarà mai spazio per la rassegnazione”. Una frase che pesa come un macigno, se si considera che quella del Moby Prince non è soltanto la più grave sciagura della marineria civile italiana, ma anche una delle stragi sul lavoro più oscure del Paese. Oscura perché, nonostante il tempo trascorso, molti nodi giudiziari e ricostruzioni tecniche non hanno mai restituito alle famiglie una verità pienamente accettabile.

Una collisione, un rogo, centoquaranta nomi senza giustizia

La dinamica, in apparenza lineare – l’urto tra il traghetto e la petroliera – non ha mai spiegato del tutto la rapidità con cui le fiamme si sono propagate, né l’impossibilità per molti di mettersi in salvo. Le indagini, quelle vere, si sono trascinate per anni tra depistaggi, perizie contestate e un alone di depistaggio che non ha mai abbandonato i fascicoli. A Torre del Greco, altra città legata al mare e al dolore, il sindaco Luigi Mennella ha gettato in acqua rose rosse: un gesto semplice eppure potentissimo, perché quei fiori con le spine e i petali profumati rappresentano le singole vittime – bambini, donne, uomini – e al contempo l’amarezza di una sciagura rimasta in larga parte “oscura”, come si è detto. Sull’acqua salata, qualcuno ha guardato quelle rose allontanarsi, nella speranza che la corrente le porti lontano dagli occhi e da un cuore che ancora duole.

Giani e Diop: «Ferita ancora aperta»

Alla commemorazione livornese hanno preso parte il presidente Eugenio Giani e la vicepresidente Mia Diop, i quali hanno usato senza esitazione la stessa espressione che ormai appartiene al lessico della tragedia: “ferita ancora aperta”. Nessuna retorica, nessuna consolazione facile. Perché una ferita, quando è profonda, non si rimargina con le celebrazioni ma con la verità, e quella – nel caso del Moby Prince – non si è ancora vista. I parenti delle vittime lo ripetono da decenni: non chiedono vendetta, chiedono chiarezza. Vogliono sapere perché quella nave, quella notte, si sia trasformata in una trappola letale.

La memoria dei fiori e il conto in sospeso della cronaca nera

La cronaca nera, in questa vicenda, si intreccia con quella giudiziaria senza mai trovare un vero punto d’incontro. I processi si sono succeduti, alcune responsabilità sono state accertate, ma il quadro complessivo resta frammentato. Molti familiari parlano ancora di verità negata, di documenti scomparsi, di un silenzio che pesa più del fumo di quel rogo. Livorno, intanto, ha scelto la strada della memoria attiva: non solo un minuto di raccoglimento, ma un corteo che ha attraversato le strade della città, un modo fisico per riappropriarsi di uno spazio – quello del dolore collettivo – che nessuna sentenza potrà mai restituire per intero. E mentre le rose di Torre del Greco galleggiano lontane, resta il conto, ancora aperto, di centoquaranta vite che aspettano giustizia.

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