L'abolizione dell'Endangerment Finding da parte di Trump e l'addio allo Start

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’amministrazione Trump, con una mossa che molti osservatori definiscono epocale e che arriva dritta al cuore delle politiche ambientali statunitensi, ha ufficialmente cancellato il cosiddetto Endangerment Finding. Questa norma, introdotta nel lontano 2009, rappresentava il pilastro giuridico e scientifico su cui l'agenzia per la protezione ambientale (EPA) fondava la propria autorità per regolamentare le emissioni di gas serra, in particolare quelle prodotte dai veicoli a motore, considerandole una minaccia concreta per la salute pubblica. L’annuncio, avvenuto il 12 febbraio 2026 alla Casa Bianca per mano del presidente e del direttore dell’EPA Lee Zeldin, è stato celebrato dall’amministrazione come il più grande atto di deregolamentazione nella storia del paese, un’operazione che, nelle intenzioni dichiarate, dovrebbe abbattere i costi di produzione e restituire libertà di scelta ai consumatori americani, liberandoli da quelli che sono stati definiti come i “vincoli ideologici” del Green New Deal.

La portata della decisione, tuttavia, travalica i confini di una semplice revisione normativa. Eliminare la constatazione di pericolo significa rimuovere il presupposto legale che ha giustificato, per quasi due decenni, l’imposizione di standard via via più stringenti sull’efficienza dei carburanti e sulle emissioni di CO2, con l’obiettivo dichiarato di spingere l’industria automobilistica verso l’elettrificazione. Oggi, con quell’architrave spezzato, gli Stati Uniti si trovano di fatto privi di leggi vincolanti che impongano limiti significativi all’inquinamento da autoveicoli: un vuoto normativo che, secondo le stime dell’Environmental Defense Fund, potrebbe tradursi in un aumento delle emissioni complessive di gas serra del paese fino al 10% nei prossimi trent’anni.

L'addio forzato allo Start&Stop e la voce del suo inventore

Tra le conseguenze più immediate e simbolicamente potenti di questo radicale cambio di rotta, vi è l’eliminazione degli incentivi federali legati a una tecnologia ormai familiare a milioni di automobilisti: il sistema Start&Stop. Quel piccolo dispositivo che spegne il motore ai semafori per riaccenderlo non appena si preme la frizione, oggi dato quasi per scontato su vetture di ogni segmento, porta la firma di un ingegnere italiano. Si tratta di Mauro Palitto, 88 anni, romano di nascita ma torinese d’adozione, che negli anni Ottanta, mentre era responsabile di modello per la Fiat Ritmo e Regata, ebbe l'intuizione che avrebbe anticipato i tempi di almeno vent'anni.

La sua invenzione, nata quasi per caso da un rudimentale test con un cronometro e una leva del cambio modificata su una Ritmo, dimostrò che un'auto nel traffico cittadino resta ferma molto più di quanto si pensi: sui 15 chilometri che separano il Centro Ricerche Fiat di Orbassano dallo stabilimento Mirafiori di Torino, Palitto conteggiò 12 minuti di stop su 35 totali di percorrenza, anche senza un traffico particolarmente congestionato. Da lì nacque l'idea del Citymatic, debuttato nel 1983 sulla Fiat Regata Energy Saving, la prima vettura al mondo a spegnere e riaccendere il motore in automatico. Un'invenzione che, come spesso accade, il mercato non era pronto ad accogliere: se ne produssero solo cinquemila esemplari, e persino i concessionari, timorosi che l'auto non ripartisse, sconsigliavano l'acquisto.

Oggi, a distanza di oltre quarant’anni, Palitto non usa mezzi termini per commentare la scelta dell’amministrazione Trump, che ha definito “quasi criminali” in un’intervista rilasciata alla stampa italiana. Per l'ingegnere, che ha trascorso una vita a migliorare l'efficienza del motore termico, l’abolizione degli standard EPA non è solo un passo indietro sul piano ambientale, ma un vero e proprio assassinio tecnologico. “L’amministrazione Trump ha preso delle decisioni che io definirei quasi criminali. Quest’ultima iniziativa si inserisce perfettamente in questa direzione”, ha dichiarato, spiegando come lo Start&Stop, una tecnologia semplice ed economica in grado di ridurre i consumi del 7% in ciclo urbano e di abbattere le emissioni nocive, venga ora considerata un orpello normativo inutile, un costo da eliminare per abbassare il prezzo finale delle auto.

Le conseguenze giuridiche e l'impatto sul mercato globale

Sul piano squisitamente legale, la revoca dell’Endangerment Finding apre uno scenario complesso e denso di insidie. La mossa dell’EPA, infatti, non si limita a ritoccare dei parametri, ma azzera la base scientifica che ne giustificava l’esistenza, aprendo la strada a una valanga di contenziosi. Stati come la California, da sempre all’avanguardia nella lotta allo smog e storicamente in possesso di una deroga per fissare standard più rigorosi di quelli federali, hanno già annunciato battaglia legale, promettendo di citare in giudizio l’amministrazione per bloccarne i propositi. La partita, inevitabilmente, si giocherà davanti alla Corte Suprema, oggi a maggioranza conservatrice, chiamata a pronunciarsi sulla legittimità di una decisione che di fatto cancella provvedimenti adottati nell'arco di tre diverse presidenze, compresa quella dello stesso Trump durante il suo primo mandato.

Oltre ai riflessi giudiziari, la decisione proietta un’ombra lunga sulla competitività dell’industria automobilistica americana. Mentre Washington volta le spalle alle regole, Pechino accelera: la Cina continua a dominare la filiera delle batterie e a innovare, come dimostra il recente annuncio di CATL di portare sul mercato di massa le batterie al sodio, una tecnologia potenzialmente in grado di abbattere ulteriormente i costi e la dipendenza dalle materie prime critiche. Il rischio concreto, come sottolineato da analisti ed ex-regolatori, è che i colossi di Detroit, proteggendosi nel breve periodo dalla concorrenza dei veicoli elettrici attraverso la deregulation, finiscano per restare ancorati alla tecnologia del motore a combustione interna proprio mentre il resto del mondo, dall’Europa all’Asia, si prepara a un futuro a zero emissioni. Un paradosso che condannerebbe le case americane a perdere quote di mercato nei paesi più avanzati, trasformando un presunto vantaggio immediato in una sconfitta strategica di lungo periodo.

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