L'anatra alla pechinese e i giganti dell'auto: la nuova frontiera dell'espansione cinese in Europa
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Redazione Esteri
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La crisi produttiva che sta attraversando l'industria automobilistica europea, tra stabilimenti sottoutilizzati e una transizione verso l’elettrico più lenta del previsto, sta offrendo alla Cina un’occasione inedita per ribaltare le tradizionali dinamiche commerciali.
Mentre i costruttori del Vecchio Continente riducono i turni e mettono in cassa integrazione i dipendenti, le case automobilistiche del Dragone, forti di una catena di fornitura integrata e di una politica industriale aggressiva, hanno cominciato a guardare con interesse quegli stessi capannoni vuoti, valutando l’ipotesi di insediarvi la produzione.
Si tratta di una strategia che, se da un lato risponde all’esigenza di aggirare i dazi e le barriere doganali, dall’altro riporta alla mente un’altra disputa, molto più prosaica ma altrettanto emblematica, che in queste settimane sta avvelenando i rapporti tra Bruxelles e Pechino: quella legata ai prezzi della carne di anatra.
La guerra commerciale che nessuno si aspettava
Mentre i riflettori sono puntati sulle gigafactory e sulle batterie, la Commissione Europea ha ufficialmente aperto un’indagine antidumping sul presunto dumping della carne di anatra cinese, venduta – secondo le denunce dei produttori locali – a prezzi inferiori a quelli di mercato, danneggiando gravemente il settore avicolo europeo.
Giovedì 9 luglio, Bruxelles ha dato il via alla procedura dopo le rimostranze di diversi allevatori e trasformatori del Vecchio Continente, i quali sostengono che la produzione cinese benefici di un sistema di sussidi a cascata, tali da consentire un’invasione del mercato comunitario con carni a basso costo.
L’entità del fenomeno va inquadrata in un contesto più ampio: il deficit commerciale dell’Unione Europea con Pechino ha ormai raggiunto la cifra di un miliardo di euro al giorno, una situazione che i funzionari di Bruxelles hanno definito “insostenibile” e che alimenta le paure di una chiusura graduale del mercato unico, sulla scia di quanto già fatto dagli Stati Uniti.
La paura del containment e la risposta industriale
Negli uffici dei pianificatori economici cinesi, la crescente aggressività dell’Europa in materia di dazi e indagini commerciali sta alimentando un timore specifico: che il Vecchio Continente, sia pure con anni di ritardo rispetto a Washington, possa adottare una strategia di “contenimento” sistematico, mirata a frenare l’espansione dei prodotti del Dragone.
Questa preoccupazione, che riecheggia le tensioni degli anni Ottanta tra Stati Uniti e Giappone, sta accelerando un dibattito interno alla classe dirigente di Pechino sulla necessità di modificare la strategia d’oltremare delle proprie multinazionali.
L’idea, caldeggiata da economisti e accademici vicini ai centri decisionali, è quella di replicare il modello giapponese del decennio scorso: dopo aver conquistato quote di mercato grazie alle esportazioni dalla madrepatria, è giunto il momento di delocalizzare una parte significativa della produzione, insediandosi direttamente nei paesi di destinazione per eludere le barriere commerciali e cortocircuitare le future restrizioni.
Una sfida che unisce allevamenti e catene di montaggio
Paradossalmente, la disputa sull’anatra alla pechinese e quella sugli stabilimenti automobilistici rappresentano due facce della stessa medaglia, ovvero la reazione dell’Europa alla percezione di un’invasione di prodotti cinesi a prezzi insostenibili per l’industria locale.
Da un lato, l’indagine antidumping avviata a luglio risponde alle lamentele di un comparto – quello avicolo – che si sente schiacciato dai costi di produzione cinesi; dall’altro, il rischio concreto che le case automobilistiche cinesi riempiano i capannoni vuoti di marchi storici europei rappresenta uno scenario altrettanto destabilizzante per un settore chiave dell’economia continentale.
La strategia di delocalizzazione, che prevede l’acquisto o il leasing di impianti esistenti piuttosto che la costruzione ex novo, consentirebbe alle aziende del Dragone di ridurre i tempi di avvio, sfruttare la manodopera locale e, soprattutto, di presentarsi come partner industriali piuttosto che come semplici esportatori, complicando la vita a chi vorrebbe adottare misure protezionistiche nei loro confronti.
La lezione della storia e lo spettro del dumping
Molti lettori ricorderanno le polemiche di qualche decennio fa, quando gli Stati Uniti accusarono i pastifici italiani di pratiche di dumping, scatenando indagini che alla fine si risolsero in un nulla di fatto, con il temuto rischio di dazi pesanti scongiurato. Oggi, la replica di quella contesa si gioca su tavoli diversi – le carni avicole e le linee di assemblaggio di auto elettriche – ma con la stessa posta in gioco: la difesa della produzione interna contro ciò che viene percepito come un’invasione di merci sovvenzionate.
I produttori europei di carne d’anatra hanno portato a Bruxelles dati e testimonianze sull’entità dei sussidi statali cinesi, chiedendo un intervento rapido che riequilibri il mercato; allo stesso modo, i sindacati e i governi nazionali osservano con crescente allarme le manovre dei costruttori asiatici, pronti a rilevare asset produttivi in difficoltà.
L’esito dell’indagine sul pollame, così come la regolamentazione futura sugli investimenti esteri nel settore automotive, finirà quindi per disegnare i confini di una nuova fase nei rapporti tra Pechino e Bruxelles, dove il confine tra concorrenza sleale e integrazione produttiva si fa sempre più sottile.




