Giustizia, Maullu (FdI): decisioni ideologiche dei magistrati azzerano efficacia delle politiche del governo Meloni su sicurezza

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non si placa la tensione tra l'esecutivo guidato da Giorgia Meloni e alcuni settori della magistratura in merito alla gestione del protocollo operativo con l'Albania, un accordo che prevede il trasferimento di migranti soccorsi nel Mediterraneo presso i centri di accoglienza e rimpatrio allestiti a Gjader e Shengjin. Il nuovo episodio che ha innescato la reazione del partito di maggioranza riguarda una serie di decisioni assunte dalla Corte d'Appello di Roma, la quale ha di fatto disposto il rientro in Italia di alcuni cittadini stranieri che erano stati trattenuti nelle strutture albanesi. Tra questi, come emerge da ricostruzioni non ancora verificate in sede di dibattimento ma riportate da fonti parlamentari, figurerebbero individui con condanne pregresse o accusati di reati di particolare allarme sociale, quali violenza sessuale, atti di pedofilia e furto aggravato.

Il vicecapogruppo di Fratelli d'Italia alla Camera, Stefano Maullu, ha utilizzato parole dure per commentare la vicenda, parlando di provvedimenti dall’“evidente connotato politico”. Nel mirino del deputato finisce ancora una volta l’operato dei giudici, i quali, a suo avviso, finirebbero per sostituirsi al legislatore, annullando sul campo gli sforzi profusi dal governo per inasprire le maglie della sicurezza e rendere effettivi i rimpatri. Maullu ha sottolineato come l’azione dell’esecutivo – impegnato, ha detto, a mettere in campo ogni strumento possibile per tutelare i cittadini – venga sistematicamente vanificata da una magistratura che, nell’interpretazione delle norme, farebbe prevalere la propria “ideologia” sulla lettera della legge. Un concetto, questo, che riecheggia le critiche mosse in passato dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, il quale aveva accusato alcuni magistrati di essere “ideologizzati” e di giocare una partita politica contro le scelte del Viminale in materia di immigrazione.

Il fronte dei giudici e il caso dei risarcimenti

Le recenti pronunce della magistratura capitolina non rappresentano un fulmine a ciel sereno, ma si inseriscono in un contrasto ormai strutturale che dura da molti mesi. Già in passato, la cosiddetta “sezione immigrazione” del Tribunale di Roma aveva sollevato più di una perplessità sulla gestione dei trasferimenti, portando alla ribalta casi paradigmatici come quello di un cittadino algerino, pluripregiudicato per reati che vanno dalle lesioni personali allo spaccio di stupefacenti, il quale era stato trasferito in Albania senza un provvedimento scritto e motivato. In quell'occasione, il giudice aveva condannato il Viminale a un risarcimento di settecento euro, sottolineando come l’assenza di un atto formale e la comunicazione di una falsa destinazione – all'uomo era stato detto che sarebbe stato portato in un centro a Brindisi – costituissero una violazione dei diritti fondamentali e della normativa europea. Il caso aveva suscitato scalpore anche per le modalità del trasferimento, avvenuto con l'uso di fascette contenitive per tutto il tragitto, e per le conseguenze sul diritto alla vita familiare del detenuto, il quale aveva figli minori residenti in Italia.

La reazione del partito e il sostegno al referendum

Il malcontento, all’interno dei gruppi parlamentari di maggioranza, è palpabile e si salda con la campagna in vista dell'imminente appuntamento referendario sulla giustizia. Sempre nella giornata di oggi, un altro esponente di Fratelli d'Italia, il senatore Andrea De Priamo, è intervenuto per stigmatizzare quelle che ha definito come “inaccettabili e sconcertanti” decisioni della Corte d'Appello, le quali avrebbero come unico effetto quello di rimettere in libertà sul territorio nazionale soggetti considerati socialmente pericolosi. De Priamo ha annunciato senza mezzi termini il voto favorevole del partito ai referendum in programma per il 22 e 23 marzo, presentando la consultazione come un'opportunità per i cittadini di ristabilire un corretto equilibrio tra i poteri dello Stato. In questo contesto, l’obiettivo dichiarato è quello di giungere a una netta separazione delle carriere e a una riforma che, nelle intenzioni dei proponenti, dovrebbe garantire che i giudici si limitino ad amministrare la giustizia attenendosi ai dettami normativi, senza lasciare spazio a orientamenti personali che, a detta degli esponenti di FdI, finiscono per compromettere l'efficacia delle politiche pubbliche sulla sicurezza.

Il nodo giuridico dei paesi sicuri e le ripercussioni pratiche

Alla base delle mancate convalide dei trattenimenti, come evidenziato in numerose ordinanze, vi è una complessa questione giuridica legata alla definizione di “Paese di origine sicuro”. I giudici romani, uniformandosi a pronunce della Corte di Giustizia Europea, hanno più volte rilevato che per alcuni Stati – come l'Egitto o il Bangladesh – non sussistono i requisiti di sicurezza omogenea su tutto il territorio tali da giustificare l'adozione di procedure accelerate di frontiera e il conseguente trattenimento in Albania in attesa dell'esame della domanda di protezione internazionale. Questo orientamento giurisprudenziale, che il governo ha tentato di superare con decreti-legge e con il trasferimento della competenza sulla convalida ai tribunali, continua a produrre effetti concreti: i migranti trasferiti oltre l'Adriatico, una volta che i loro trattenimenti non vengono convalidati, sono costretti a fare ritorno in Italia. Un viavai di persone, spesso gravate da precedenti penali, che vanifica l'obiettivo dichiarato di alleggerire la pressione migratoria e accelerare i rimpatri, alimentando un contenzioso che non accenna a diminuire e che tiene alta la tensione tra Palazzo Chigi e Palazzo di Giustizia.

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