Il risveglio dei mercati tra il fragore della guerra e lo spettro del credit crunch privato
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Redazione Economia
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Le Borse di tutto il mondo si apprestano ad affrontare una settimana che si preannuncia tra le più turbolente degli ultimi mesi, con i riflettori puntati su due focolai di instabilità tanto distinti quanto potenzialmente capaci di alimentarsi a vicenda. Da un lato, l’escalation militare in Medio Oriente, con l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran che ha già provocato una corsa al rialzo del prezzo del petrolio e un assalto ai titoli considerati rifugio; dall’altro, una crepa profonda si apre nel mondo apparentemente solido e fluido del private credit, dove la decisione di Blue Owl Capital di limitare i rimborsi in uno dei suoi veicoli ha gelato gli investitori e riacceso i riflettori su una polveriera di liquidità fino a ieri ignorata. L’una e l’altra cosa, se considerate separatamente, rappresenterebbero già fattori di seria tensione; messe insieme, compongono lo scenario con cui gli operatori dovranno fare i conti all’apertura delle contrattazioni.
Il nuovo fronte di guerra, che ha preso forma con l’uccisione della Guida Suprema iraniana, non è un semplice episodio di instabilità localizzata. È, piuttosto, l’innesco di una crisi dalle proporzioni potenzialmente globali, capace di riverberarsi immediatamente sul costo dell’energia e, di conseguenza, sulle aspettative di inflazione. Il petrolio, che aveva già mostrato segni di nervosismo nelle settimane precedenti, ha visto il greggio Wti balzare verso quota settantadue dollari al barile e il Brent avvicinarsi a quota ottanta, con un incremento prossimo al dieci per cento. Un balzo, questo, determinato non solo dalla paura di un conflitto prolungato, ma dal timore concretissimo di un’interruzione del flusso di greggio attraverso lo Stretto di Hormuz, quel collo di bottiglia attraverso cui transita una fetta imponente del commercio energetico mondiale e che le ostilità hanno già reso di fatto impraticabile. I listini asiatici, apripista della seduta, hanno già inrato il terrore: Tokyo ha chiuso in calo dell’uno e mezzo per cento, con il comparto finanziario e aeronautico pesantemente colpito, mentre in Europa i futures e le prime contrattazioni segnavano perdite consistenti, trascinando al ribasso Piazza Affari, Parigi e Francoforte.
L’allarme silenzioso dal fronte del private credit e la resa dei conti con la liquidità
Se il fragore delle armi in Medio Oriente domina le cronache e spiega il tonfo degli indici, è da un fronte finanziario apparentemente più tranquillo che arriva la crepa forse più insidiosa per la stabilità del sistema. Il caso Blue Owl, come raccontano bene le cronache finanziarie di questi giorni, non è un incidente di percorso circoscrivibile alla sola società di gestione, ma rappresenta il primo, vero stress test per l’intero comparto del private credit, quel mercato da duemila miliardi di dollari che negli ultimi anni aveva promesso rendimenti stabili e una calma apparente lontana dalle turbolenze dei listini. La decisione di attivare i cosiddetti "gates", quei meccanismi contrattuali che permettono di limitare i prelievi degli investitori, ha di fatto svelato la natura illusoria di quella tranquillità: quando la domanda di liquidità cresce in modo improvviso, ci si scontra con la natura intrinsecamente illiquida degli attivi sottostanti, quei prestiti negoziati privatamente che non trovano un prezzo di mercato quotidiano. Blue Owl ha dovuto vendere in fretta una parte consistente dei prestiti in portafoglio per far fronte alle richieste di rimborso, ma alla fine ha dovuto chiudere il rubinetto, trasformando di fatto l’investimento in una trappola per i risparmiatori che avevano creduto nella promessa di poter rientrare con cadenza trimestrale.
Il parallelismo con le turbolenze del 2008, per quanto molti analisti si affrettino a sminuirlo sottolineando la frammentazione del mercato e l’assenza di quelle interconnessioni bancarie che caratterizzavano la crisi dei mutui subprime, non può essere liquidato con superficialità. Se è vero che oggi il rischio è più distribuito tra fondi pensione, compagnie di assicurazione e veicoli rivolti a investitori istituzionali, è altrettanto vero che la crescente partecipazione del pubblico retail, attratta da rendimenti superiori a quelli obbligazionari, introduce un elemento di potenziale fragilità. La richiesta di rimborsi, se dovesse diffondersi come un contagio ad altri gestori, rischierebbe di innescare un circolo vizioso di vendite forzate e svalutazioni che colpirebbe l’intero comparto, con ripercussioni già visibili sui titoli di concorrenti come Blackstone e Apollo, le cui azioni hanno subito correzioni significative. E questo proprio mentre l’economia reale, dalle piccole imprese ai grandi progetti immobiliari, ha cominciato a fare affidamento su queste forme di finanziamento alternative al credito bancario tradizionale.
Il giallo dei dazi e la fragilità del debito sovrano americano
Nel mezzo di questa tempesta perfetta, un terzo elemento contribuisce a rendere il quadro di lunedì mattina particolarmente opaco e insidioso. La decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti di bocciare i dazi commerciali imposti dall’amministrazione Trump, ritenuti illegittimi perché adottati in virtù di poteri considerati eccessivi, ha gettato nel caos le aspettative di molte imprese e interi settori industriali che avevano pianificato le proprie strategie in funzione di quelle barriere. Se da un lato la sentenza è stata accolta con favore da chi quelle tariffe le subiva, dall’altro ha creato un vuoto normativo e una confusione tale da paralizzare le decisioni di investimento. La reazione dei mercati valutari, con un dollaro che si è inizialmente rafforzato per poi mostrare segni di incertezza, fotografa bene lo smarrimento generale: ci si trova di fronte a un’amministrazione che vede ridimensionato il proprio potere unilaterale in materia commerciale, proprio mentre il fronte esterno, quello militare, si allarga in modo preoccupante.
Su tutto, aleggia lo spettro del debito pubblico americano, un peso che ha superato abbondantemente i trentasette mila miliardi di dollari. In un contesto di tassi ancora relativamente elevati e di possibili nuove spese belliche, la sostenibilità di quel debito torna a essere oggetto di discussione tra gli operatori. L’impennata del prezzo dell’oro, balzato in poche ore sopra i cinquemilaquattrocento dollari l’oncia, e il contemporaneo rafforzamento del biglietto verde raccontano una storia fatta di contraddizioni: gli investitori cercano sicurezza, ma allo stesso tempo faticano a fidarsi pienamente di un asset, il dollaro appunto, che è espressione di un paese la cui tenuta fiscale è messa in discussione proprio dalle spese straordinarie che un conflitto prolungato comporterebbe. In questo bailamme di spinte contrapposte, i mercati si preparano a una seduta in cui la volatilità, misurata dall’indice Vix balzato ai massimi dell’anno, sarà l’unica certezza con cui fare i conti.




