Il canarino nella miniera dei fondi privati: da BlackRock a Blue Owl, le crepe che agitano Wall Street
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Redazione Economia
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Il timore, invero, è che il battito d'ali di un singolo cattivo affare possa scatenare una tempesta perfetta. A New York, del resto, non si parla d'altro: l'industria del private credit, quel colosso da quasi duemila miliardi di dollari cresciuto all'ombra delle banche dopo il 2008, mostra delle crepe profonde che gli investitori, nervosi, hanno iniziato a scrutare con il lanternino. La scintilla che ha riacceso i riflettori su questo mercato opaco e interconnesso porta la firma di BlackRock, il più grande gestore patrimoniale del mondo, che è stato costretto a una mossa drasticamente simbolica: azzerare del tutto il valore di un prestito di circa 25 milioni di dollari concesso a Infinite Commerce Holdings, un aggregatore di venditori sulla piattaforma di e-commerce Amazon, e tutto questo a distanza di appena tre mesi dall’ultima valutazione, quando quel medesimo credito veniva ancora considerato valere cento centesimi per dollaro. Una svalutazione tanto improvvisa quanto netta, che getta un’ombra inquietante sulle metodologie di valutazione di un comparto che, per sua natura, opera nella penombra dei bilanci non quotati.
Non si tratta, però, di una voce isolata nel deserto. Quella che potrebbe apparire come una semplice tosse di un singolo paziente, per usare una metafora cara agli economisti, somiglia piuttosto al verso del canarino nella miniera di carbone. Il paragone è del capo-consigliere economico di Allianz, Mohamed El-Erian, e calza a pennello per descrivere ciò che sta accadendo nel pianeta del credito privato, un ecosistema che vale una volta e mezzo il PIL italiano. A essere sotto scacco non è solo BlackRock, le cui azioni hanno subito un deciso ridimensionamento in Borsa perdendo oltre il sei per cento in una seduta, ma l’intero settore. Il fondo HPS rate Lending Fund, uno dei gioielli nella corona degli investimenti alternativi del gruppo, ha visto le richieste di rimborso da parte degli investitori toccare quota 9,3 per cento del patrimonio, un’emorragia che ha costretto la società a tappare, attivando per la prima volta il limite contrattuale del cinque per cento e restituendo poco più di seicento milioni a fronte di domande per quasi il doppio.
Il terremoto silenzioso dei riscatti e le scie di polvere da sparo
Il fenomeno, va detto, trascende i confini di una singola società di gestione. Si tratta di un movimento tellurico che sta facendo tremare le fondamenta dell’intero palazzo. A Blue Owl, ad esempio, la situazione è apparsa talmente critica da indurre la dirigenza a bloccare permanentemente i riscatti da uno dei suoi fondi dopo che le domande avevano superato la soglia del venti per cento degli asset. Un provvedimento drastico, quest’ultimo, che ha il sapore di una misura di emergenza e che alimenta la psicosi collettiva. Persino un gigante come Blackstone, il cui fondo di private credit è il più grande in assoluto con i suoi 82 miliardi di dollari di masse, ha dovuto mettere mano al portafoglio: di fronte a richieste di rimborso per 3,7 miliardi, la società e i suoi stessi dipendenti hanno investito 400 milioni di propri fondi per soddisfare le richieste degli investitori in fuga, evitando così il trauma di un limite imposto. È la prima volta che si assiste a deflussi netti di queste proporzioni, un fatto che inizia a erodere quei cuscinetti di liquidità che i fondi avevano sempre ostentato come baluardo contro le tempeste.
Dietro questa corsa all’uscita, che ha falcidiato i titoli di gestori come Apollo, Kkr e gli stessi Blackstone e Blue Owl con ribassi che in alcuni casi toccano il trenta per cento dall’inizio dell’anno, si celano cause profonde e interconnesse. Da un lato, l’esposizione massiccia al settore tecnologico, che rappresenta circa il venti per cento dei prestiti erogati, ovvero qualcosa come 400 miliardi di dollari, molti dei quali destinati a finanziare acquisizioni di società di software da parte di fondi di private equity. L’avvento di nuove soluzioni di intelligenza artificiale, presentate a inizio anno da colossi come OpenAI e Anthropic, ha reso improvvisamente obsoleto il business model di molti di questi sviluppatori, minacciandone la redditività e, di conseguenza, la capacità di ripagare i debiti. Una concentrazione di rischio che, come nota Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management, espone il fianco a una inevitabile dispersione dei risultati tra i gestori, premiando solo chi è stato capace di fare una buona gestione del rischio. Dall’altro, la cronaca nera del business, con fallimenti che puzzano di bruciato lontano un miglio: First Brands, Tricolor, Mfs sono solo alcuni dei nomi di aziende finite in default, a volte con sospetti di frode così evidenti da far drizzare le antenne a Jamie Dimon, ceo di JPMorgan, che ha evocato l’immagine degli scarafaggi: quando ne vedi uno, di solito ce ne sono tanti altri nascosti.
Il nodo delle valutazioni e la sindrome del subprime
La questione di fondo, tuttavia, è strutturale e riguarda il meccanismo stesso di funzionamento del private credit. Nato per riempire il vuoto lasciato dalle banche in seguito alle strette regolamentari del dopo-Lehman, questo mercato ha prosperato offrendo finanziamenti a tassi più alti e con procedure più snelle, raccogliendo capitali da assicurazioni e fondi pensione assetati di rendimento. Recentemente, si è aperto anche al retail, ai piccoli investitori, attraverso i cosiddetti fondi evergreen che promettevano una certa liquidità periodica. Ma la liquidità degli strumenti offerti agli investitori si scontra con la natura intrinsecamente illiquida dei prestiti erogati, che non sono quotati e il cui valore è spesso determinato da modelli interni, quando non da mere valutazioni discrezionali. La vicenda di Infinite Commerce, con il suo repentino passaggio da cento a zero, o quella di Zips Car Wash, valutato vicino alla pari poco prima di dichiarare bancarotta, sono lì a dimostrare il disallarme temporale tra la percezione del rischio e la sua concreta manifestazione.
Ecco allora che il fantasma del subprime, quello che nel 2008 spazzò via mezzo sistema finanziario, torna a fare capolino nei discorsi degli analisti. La preoccupazione principale, a oggi, è che la spirale dei riscatti costringa i fondi a vendere asset in fretta e furia, magari a prezzi di saldo, innescando una reazione a catena che contagi le banche esposte verso questi veicoli. Un circolo vizioso che potrebbe portare alla luce i circa mille e quattrocento miliardi di fidi bancari che si celano dietro queste operazioni. La differenza sostanziale, quella che rende il quadro ancora più inquieto, è che i fondi di private credit non hanno alle spalle il paracadute della Federal Reserve: non sono considerati too big to fail, almeno fino a quando il loro tracollo non rischi di diventare sistemico. E in un’era in cui il presidente degli Stati Uniti è Donald Trump, un tycoon che ha fatto della deregulation il suo cavallo di battaglia, la possibilità di un intervento pubblico rischia di essere ancora più tardiva e incerta.




