Hantavirus, la circolare del ministero: quarantena per sei settimane ai «contatti ad alto rischio» della nave Hondius
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Redazione Esteri
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La nave da crociera MV Hondius, che si è trasformata in un focolaio galleggiante per il virus Andes – un ceppo di hantavirus particolarmente insidioso per la sua, seppur rara, capacità di trasmettersi da uomo a uomo – ha dettato i tempi della nuova circolare d’urgenza firmata dal ministero della Salute. Il documento, indirizzato a Regioni e uffici di frontiera, definisce lo stato di allerta per i rimpatriati e i loro contatti, introducendo un regime di sorveglianza che richiama alla memoria i protocolli delle grandi emergenze epidemiche, anche se i numeri, al momento, restano circoscritti a un cluster localizzato nell’Atlantico. Per chi è stato classificato come «contatto ad alto rischio» – categoria che include senza eccezioni tutti i passeggeri e buona parte dell’equipaggio che hanno condiviso gli spazi angusti della nave – scatterà l’obbligo della quarantena fiduciaria per quarantadue giorni, ovvero sei settimane, che corrispondono al periodo di incubazione massimo documentato per questa infezione respiratoria.
La quarantena e il monitoraggio quotidiano: le regole per chi rientra
La disciplina prevista dalla circolare, consultata dall’agenzia di stampa, lascia poco spazio alle interpretazioni: i soggetti sottoposti a sorveglianza devono rimanere in isolamento domiciliare, possibilmente in una stanza singola e con un ricambio d’aria frequente, mantenendo una distanza di sicurezza anche dai familiari conviventi. A differenza di quanto avvenuto in altre crisi sanitarie, qui non ci si affida solo all’autocontrollo: le autorità sanitarie locali sono chiamate a effettuare un monitoraggio attivo quotidiano, verificando l’eventuale comparsa di sintomi come la febbre o le difficoltà respiratorie che contraddistinguono la fase acuta della malattia. È vietato l’uso dei mezzi di trasporto pubblico o dei voli commerciali per chi è in attesa di rimpatrio o ha appena fatto rientro; in caso di spostamenti strettamente necessari – ad esempio per motivi di salute mentale o per necessità indifferibili – l’uso della mascherina chirurgica resistente ai liquidi diventa obbligatorio, così come il divieto assoluto di assembramento. Inoltre – e questo è un punto che ha richiamato l’attenzione degli uffici di sanità marittima – se un caso probabile o confermato dovesse essere identificato a bordo di un aereo, l’intero volo verrà considerato a rischio, indipendentemente dalla durata del viaggio o dalla posizione del sedile occupato.
Da Tenerife ai Paesi Bassi: l’evacuazione e le condizioni dei passeggeri australiani
L’operazione di sbarco, completata con successo dalle autorità spagnole sotto la supervisione della ministra Monica Garcia, ha visto la nave prendere il mare dall’isola di Tenerife con destinazione Rotterdam, mentre gli ultimi passeggeri venivano trasferiti via aerea. Tra questi, particolare attenzione è riservata al gruppo di evacuati australiani e neozelandesi – quattro australiani, un residente permanente e un cittadino neozelandese – che dopo l’atterraggio nei Paesi Bassi sono stati immediatamente isolati in una struttura alberghiera. Il ministro della Salute australiano, Butler, ha voluto rassicurare l’opinione pubblica dichiarando che i sei si trovano in buone condizioni mediche, in attesa di essere rimpatriati nei prossimi giorni tramite un volo charter. Le loro valutazioni cliniche, condotte sotto la lente dei protocolli europei, non hanno al momento evidenziato segni di peggioramento, anche se l’ombra del lungo periodo di incubazione – che può arrivare a sorprendere anche dopo un mese – rimane un fattore di stress per i sanitari che li seguono.
Numeri e complessità logistica: 41 giorni di navigazione e 94 rimpatri
L’entità della sfida logistica emerge dai numeri forniti nel riepilogo della situazione: la MV Hondius era salpata dal sud dell’Argentina ormai quarantuno giorni fa quando è scattato l’allarme, e sono serviti nove giorni dal primo test positivo per organizzare lo sbarco e i trasferimenti. Le operazioni hanno portato finora all’evacuazione e al rimpatrio di novantaquattro persone nei rispettivi Paesi di residenza, un mosaico di nazionalità che ha richiesto un coordinamento serrato tra l’Organizzazione Mondiale della Sanità e i singoli esecutivi. Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, intervenuto al fianco della ministra Garcia, ha parlato di «missione compiuta», sottolineando però la differenza sostanziale rispetto ad altre crisi: «Non si tratta di un altro Covid» ha chiarito, cercando di arginare il rischio psicosi che spesso accompagna le notizie di focolai su grandi navi. Intanto, la procura e le autorità giudiziarie – che in questi casi vigilano sempre sulla gestione della salute pubblica in ambito internazionale – mantengono un profilo basso, limitandosi a prendere atto dei protocolli seguiti durante la quarantena forzata in mare, senza al momento aprire specifici fascicoli per inchiesta.




