Il doppio volto del falsario: dall'arte alla cronaca nera del caso Moro
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Nella Roma violenta e ideologicamente divisa degli anni Settanta, un uomo seppe muoversi con disinvoltura tra le ombre del mercato dell'arte e quelle, ben più cupe, della storia criminale e politica nazionale. La figura di Antonio 'Tony' Chichiarelli, al centro del film Il falsario di Stefano Lodovichi, si staglia infatti come una delle più ambigue e sfaccettate di quel periodo convulso, capace di intrecciare un talento artistico straordinario con vicende di sangue che hanno segnato indelebilmente la Repubblica. La sua abilità, come spesso accade per i personaggi di tale caratura, non si limitò alla mera contraffazione di tele, ma divenne uno strumento versatile, potenzialmente utile a diversi attori in gioco in quegli anni di piombo.
La gallerista e l'inizio dell'attività illecita
La svolta nella sua carriera, se così può essere definita, avvenne nel 1977 quando conobbe la gallerista Chiara Zossolo, destinata a diventare sua moglie. Fu in quel frangente che Chichiarelli, dotato di una mano felicissima e di un occhio infallibile per i dettagli, cominciò a produrre falsi d'autore di pregevole fattura, opere che venivano poi immesse con successo in un mercato parallelo e poco trasparente. La sua maestria nel replicare stili e tecniche fu tale da rendere le sue creazioni pressoché indistinguibili dagli originali, garantendogli non solo profitti ma anche una certa notorietà in ambienti specializzati. Questo talento, tuttavia, attirò ben presto l'attenzione di soggetti ben più pericolosi dei collezionisti disonesti.
L'ombra lunga sul rapimento di Aldo Moro
Il nome di Chichiarelli è però legato a doppio filo, e in modo indelebile, a una delle pagine più tragiche del terrorismo italiano: il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, per mano delle Brigate Rosse nel 1978. La sua abilità calligrafica e di falsificazione, stando a quanto emerso dalle successive indagini, fu messa al servizio della macchina della propaganda brigatista. Il cosiddetto "Comunicato N°7", diffuso il 18 aprile di quell'anno e contenente frasi iconiche come quella che dichiarava concluso "il periodo ‘dittatoriale’ della DC", secondo gli inquirenti potrebbe essere stato materialmente vergato dalla sua mano. Una circostanza, questa, che proietta la sua figura al centro di uno dei misteri più intricati e dolorosi della storia repubblicana, sollevando interrogativi su eventuali collusioni o committenze occulte che vanno oltre il semplice gesto tecnico.
Un'eredità narrativa tra cinema e realtà
Il film di Lodovichi, interpretato da Pietro Castellitto, attraversa liberamente questa biografia, restituendo il clima di una capitale che era una vera e propria polveriera. Attraverso la metafora dell'ascesa sociale ed economica del protagonista, simboleggiata anche dal passaggio da una modesta Fiat 1100 a una lussuosa Maserati Merak, la pellicola esplora le zone grigie di un'epoca in cui il termine "deviato" sembrava applicarsi a molteplici sfere, dai servizi segreti alla politica più radicale. La narrazione, pur prendendo ampie licenze creative, pone una domanda cruciale che travalica la finzione: cosa rimane del puro talento artistico quando esso viene piegato a servire le pagine più oscure del potere e della storia, diventando complice, seppure in modo strumentale, di eventi di una ferocia inaudita? La vicenda di Chichiarelli, nella sua drammatica concretezza, continua a offrire un punto di osservazione privilegiato, seppur inquietante, su quegli anni.




