Il caso Kalulu e le parole del ministro Abodi: "Rispetto la decisione della Figc, ma non la comprendo. Serviva più coraggio"
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Redazione Sport
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La mancata concessione della grazia sportiva a Pierre Kalulu, il difensore della Juventus rimasto vittima suo malgrado di un errore arbitrale tanto palese quanto determinante, continua a sollevare un polverone che dalla dimensione prettamente tecnica e regolamentare è oramai approdato a quella politica. La richiesta di annullamento della squalifica, inoltrata ufficialmente dal club bianconero al presidente della Figc Gabriele Gravina dopo che il francese era stato espulso durante lo scontro diretto con l'Inter per una simulazione di Alessandro Bastoni, è stata infatti respinta. E se ieri era stata la dirigenza juventina a rimanere interdetta di fronte al diniego, oggi è il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, a rompere gli indugi e a esprimere pubblicamente il proprio dissenso, seppur mantenendo un tono formale e istituzionale.
Intervenuto a margine di un evento presso Casa Italia a Milano, il ministro non ha nascosto il proprio stupore per l’esito della vicenda, pur tenendo a sottolineare il rispetto formale per le autonomie federali. "La scelta della Federcalcio di non togliere la squalifica a Kalulu la rispetto, ma non la comprendo", ha dichiarato Abodi, lasciando intendere come, a suo avviso, ci si trovi di fronte a un paradosso difficilmente giustificabile. Il ragionamento del ministro, riportato dall’ANSA, si è snodato attorno a un punto nodale: l’evidenza dell’errore, un aspetto che in questo caso specifico appare inconfutabile anche ai non addetti ai lavori. Perché se è vero che il giocatore ha già scontato sul campo la pena accessoria dell’espulsione, privando la sua squadra per un tempo e mezzo di un uomo in una partita chiave, la successiva conferma del provvedimento disciplinare assume i contorni di una doppia punizione.
Il "coraggio" che non c'è stato e il precedente che pesa
Abodi, con le sue parole, ha di fatto aperto un fronte critico nei confronti del massimo organo calcistico nazionale, auspicando un atteggiamento meno prudenziale e più incline a rimediare a un torto evidente. "Nel momento in cui diventa evidente e chiaro che c'è stato un errore, che è stato già pagato dal giocatore perché è stato espulso", ha proseguito il ministro, "io mi permetto di dire che forse un po' di coraggio in più sarebbe stato opportuno". Una frase, quest'ultima, che pesa come un macigno nel dibattito, perché fotografa la sostanziale differenza tra l'osservanza di un principio astratto – la sacralità del giudice sportivo e delle sue sentenze – e l'applicazione concreta di un principio di giustizia sostanziale. La sensazione, a sentire il numero uno dello Sport italiano, è che la Federazione abbia avuto tra le mani la possibilità di porre rimedio a un'ingiustizia plateale e l'abbia lasciata sfumare, impaurita forse dalle possibili ripercussioni o dalla creazione di un pericoloso precedente.
E proprio sul fronte dei precedenti, la scelta di Gravina appare ancora più contraddittoria se si allarga lo sguardo a quanto accaduto in passato. Sebbene il ministro non lo abbia citato esplicitamente, il pensiero corre inevitabilmente alla grazia concessa dallo stesso presidente della Figc a Romelu Lukaku, l'attaccante allora all'Inter che nella primavera del 2023 era stato espulso per aver reagito, zittendo il pubblico, ai cori razzisti provenienti dalla curva della Juventus durante una semifinale di Coppa Italia. In quel caso, l'elemento discriminante fu la natura discriminatoria degli insulti, una causa che spinse Gravina a firmare un atto di clemenza per un gesto di reazione che, per quanto umanamente comprensibile, restava comunque una violazione del regolamento. Oggi, di fronte a un errore tecnico che ha danneggiato un calciatore e la sua squadra, l’istituzione ha invece scelto la linea dura, blindando una decisione che i vertici arbitrali – con il designatore Rocchi in primis – avevano già avuto modo di definire come sbagliata. Una discrepanza di trattamento, quella tra i due episodi, che rischia di minare ulteriormente la fiducia nei confronti di un sistema che appare sempre più diviso tra la rigidità delle norme e l’esigenza di flessibilità quando sono in gioco l'immagine del calcio e la credibilità dei suoi organismi.
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