Debito e spread sotto pressione, la BCE avverte sui tassi
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Redazione Economia
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Nuove tensioni su debito e spread attraversano l’Eurozona, con una ripresa delle vendite sui titoli pubblici e un aumento dei rendimenti sovrani che rende più costoso finanziarsi sui mercati. Il movimento arriva mentre la Banca centrale europea segnala un rischio ulteriore per l’economia: l’aumento dei tassi d’interesse a lungo termine può frenare la crescita più di quanto incorporato nelle proiezioni formulate a settembre. La pressione si sviluppa in una fase già segnata dal rincaro dell’energia e dal ritorno dell’inflazione ben al di sopra dell’obiettivo fissato dall’Eurotower.
Lagarde avverte sull’impatto dei tassi sulla crescita
Christine Lagarde ha richiamato l’attenzione proprio sul rapido cambiamento delle condizioni finanziarie. I tassi a lungo termine sono aumentati sensibilmente rispetto all’ultima riunione dell’istituto centrale e il loro effetto sull’attività economica potrebbe essere più pesante di quello previsto. La crescita dell’area euro si era finora mostrata resistente agli shock, ma un costo del denaro elevato per periodi più lunghi incide progressivamente sulle condizioni alle quali famiglie, imprese e Stati possono ottenere finanziamenti. È uno dei canali attraverso i quali la politica monetaria restrittiva finisce per raffreddare la domanda e gli investimenti.
Le proiezioni elaborate a settembre indicavano per l’area euro un aumento del Pil dello 0,9% nel 2026, seguito dall’1,4% nel 2027 e dall’1,5% nel 2028. Quelle stime erano state riviste al rialzo per i primi due anni rispetto allo scenario precedente, grazie a una capacità di tenuta dell’economia superiore alle attese. L’incremento dei rendimenti a lunga scadenza introduce però un elemento aggiuntivo rispetto a quello scenario, perché trasferisce condizioni finanziarie più onerose all’economia anche al di là delle scadenze più direttamente condizionate dalle decisioni dell’istituto centrale.
Energia e inflazione complicano le scelte della BCE
La pressione sui mercati obbligazionari si intreccia con il nuovo shock energetico provocato dal conflitto in Medio Oriente e con la fiammata del petrolio seguita al rifiuto di Donald Trump dell’ultima proposta iraniana per una tregua nel Golfo Persico. È proprio l’energia uno dei fattori che hanno riportato l’aumento dei prezzi al centro delle decisioni di politica monetaria. Il 10 settembre il Consiglio direttivo ha aumentato di 25 punti base i tre tassi di riferimento, portando quello sui depositi al 2,50%, quello sulle operazioni di rifinanziamento principali al 2,65% e quello sui prestiti marginali al 2,90%, con decorrenza dal 16 settembre.
Lo scenario elaborato dall’Eurotower prevede un’inflazione media del 3,0% nel 2026, del 2,5% l’anno successivo e del 2,1% nel 2028. Al netto di energia e alimentari, le stime sono rispettivamente del 2,5%, 2,6% e 2,3%. Il ritorno stabile verso il target del 2% si è dunque allontanato rispetto alla fase precedente allo shock energetico. La banca centrale considera i rischi orientati verso l’alto per i prezzi e verso il basso per la crescita, una combinazione particolarmente delicata perché un intervento più restrittivo può contrastare la persistenza dell’inflazione ma contemporaneamente comprimere ulteriormente l’attività economica.
Schnabel indica i tre fattori decisivi per le prossime mosse
Isabel Schnabel ha indicato tre elementi sui quali si concentrerà l’analisi della politica monetaria: l’effetto del rincaro persistente dell’energia sulle aspettative d’inflazione, la capacità della domanda aggregata di mantenere la resistenza mostrata negli ultimi mesi e l’impatto sull’economia della revisione dei tassi a breve e lunga scadenza. Nel suo intervento a Lussemburgo, la componente del Comitato esecutivo ha sottolineato che la successione degli shock può modificare il comportamento di famiglie e imprese e incidere sul modo in cui si formano le aspettative sui prezzi, aumentando il rischio che pressioni inizialmente temporanee diventino più persistenti.
Il punto centrale riguarda il modo in cui una banca centrale reagisce a uno shock dell’offerta. Tassi più elevati non possono ridurre direttamente il prezzo internazionale del petrolio, ma possono limitare la trasmissione del rincaro energetico al resto dell’economia attraverso una domanda meno intensa. Prima dell’attuale crisi, l’inflazione generale era tornata verso il target e la crescita dei salari stava moderando, mentre quella dei servizi viaggiava ancora sopra il 3%. Anche i costi unitari del lavoro continuavano ad aumentare a ritmi superiori alla loro media storica, lasciando un terreno meno favorevole all’assorbimento di un nuovo shock.
Da giugno l’istituto di Francoforte ha complessivamente aumentato i tassi di 50 punti base, facendo passare il rendimento sui depositi dal 2% al livello attuale. La scelta è stata collegata al deterioramento delle prospettive dei prezzi seguito all’inizio del conflitto mediorientale. Il meccanismo descritto da Schnabel attribuisce particolare importanza alle aspettative: quando queste restano saldamente ancorate, la politica monetaria può consentire un ritorno più graduale dell’inflazione verso il target; se invece iniziano a perdere stabilità, aumenta la necessità di impedire che gli shock temporanei si trasferiscano in modo duraturo a prezzi e salari.
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