Cubeddu, Motisi e Cinquegranella: i tre fantasmi della lista dei latitanti dopo l’arresto di Mazzarella
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’ombra della latitanza si è diradata ancora una volta, ma non del tutto. Con l’arresto di Roberto Mazzarella, avvenuto la scorsa notte in un resort di lusso a Vietri sul Mare, il Viminale ha potuto cancellare un nome dall’elenco dei super-ricercati. Un colpo messo a segno dai carabinieri del Nucleo Investigativo di Napoli, che hanno letteralmente stanato il boss dell’omonimo clan – lo stesso Mazzarella, 48 anni, figura di spicco della camorra napoletana – mentre questi alloggiava in una suite dal costo di mille euro a notte. Eppure, nonostante l’operazione, la lista si assottiglia senza però chiudersi: restano ancora tre fantasmi da catturare.
Si tratta di Attilio Cubeddu, classe 1947, originario di Arzana, nel Nuorese. Un nome che riecheggia nelle cronache giudiziarie da quasi trent’anni, dal momento che le forze dell’ordine lo cercano senza sosta dal 1997. Cubeddu, a differenza di Mazzarella che viveva nel lusso della Costiera Amalfitana, appartiene a un’altra geografia criminale, quella della latitanza sarda, altrettanto silenziosa quanto sfuggente. Accanto a lui, nell’elenco dei latitanti di massima pericolosità stilato dal ministero dell’Interno, figura Giovanni Motisi: 67 anni, palermitano, ricercato dal 1998. Un nome che profuma di Cosa Nostra, di quella vecchia scuola mafiosa che non ha mai smesso di eludere le maglie dello Stato.
Il blitz in Costiera e la fine di una latitanza costosa
L’operazione che ha portato alla cattura di Roberto Mazzarella – lo ricordiamo, latitante dal 28 gennaio 2025 – è stata il frutto di un lavoro di intelligence durato oltre un anno. Non un colpo di fortuna, dunque, ma il risultato di pedinamenti, intercettazioni e analisi minuziose dei movimenti del boss. I carabinieri del Comando provinciale di Napoli, coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia partenopea, hanno scoperto che il ricercato si nascondeva in una villa di lusso a Vietri sul Mare, un comune della Costiera Amalfitana noto per le sue ceramiche e il suo turismo esclusivo. Lì, Mazzarella viveva una latitanza dorata, lontana dagli stereotipi del fuggiasco in grotta o nei boschi. Una suite da mille euro a notte, vista mare e servizi da resort a cinque stelle: questo era il suo rifugio. Almeno fino a quando i militari non hanno fatto scattare il blitz.
Tre nomi, tre storie, tre vuoti investigativi
Con la cattura di Mazzarella, dunque, il numero dei super-latitanti – quelli che il Viminale considera di massima pericolosità – si riduce a tre. E non sono certo figure di secondo piano. Accanto a Cubeddu e Motisi, c’è infatti Renato Cinquegranella, napoletano, ricercato dal 2002. Anche lui, come Mazzarella, appartiene al mondo camorristico, ma la sua fuga è durata ben più a lungo: oltre due decenni senza che le forze dell’ordine riuscissero a mettergli le manette ai polsi. Tre nomi, tre latitanze che iniziarono tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila. Tre storie criminali che si intrecciano con quelle di decine di omicidi, estorsioni e traffici illeciti. Non ci sono dichiarazioni trionfalistiche da parte degli investigatori, né facili previsioni su futuri arresti. C’è solo la consapevolezza che la caccia è ancora aperta.
L’arresto di Mazzarella in diretta: il video e la resa
L’arresto di Roberto Mazzarella è stato anche documentato in un video – poi diffusosi rapidamente – che mostra la cattura del boss nella villa di lusso a Vietri sul Mare. Le immagini, sebbene prive di dettagli espliciti sulla violenza dell’operazione, restituiscono la tensione del momento: i carabinieri che fanno irruzione, il boss sorpreso mentre forse non si aspettava un blitz proprio in quella notte. La sua latitanza, iniziata appena qualche mese prima (dal gennaio 2025), si è rivelata breve rispetto a quella dei suoi tre “colleghi” ancora in fuga. Mazzarella, a differenza di Cubeddu, Motisi e Cinquegranella, non ha retto a lungo. E il suo lusso – quella suite da mille euro – non gli è servito a confondere le tracce. Anzi, probabilmente le ha rese più visibili agli occhi degli investigatori che lo pedinavano da oltre un anno. Ora, il fronte della lotta alla grande latitanza si concentra su quei tre fantasmi: uomini che non hanno più un volto pubblico, se non quello sbiadito delle vecchie foto segnaletiche.




