L’arresto del boss Mazzarella, tradito dalla festa di Pasqua dopo quattordici mesi di latitanza
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Redazione Interno
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Quattordici mesi vissuti nell’ombra, un’esistenza da fantasma tra i vicoli di San Giovanni a Teduccio e le strade di San Giorgio a Cremano, il suo comune d’origine. Roberto Mazzarella, 48 anni, inserito dal ministero dell’Interno nel ristretto novero dei quattro latitanti di massima pericolosità, aveva scelto la via dell’invisibilità pur senza rinunciare – ed è questa, forse, la chiave della sua cattura – alle abitudini di sempre. Continuava a frequentare la roccaforte del clan, quella fetta di territorio che non aveva mai davvero abbandonato, e non aveva messo da parte il gusto per il lusso. Le festività pasquali, in particolare, sarebbero state l’occasione per trascorrere giorni in grande stile; e proprio quel desiderio di normalità, di eccesso e di affetti, si è rivelato fatale.
La trappola della tradizione familiare
L’operazione che ha portato i carabinetti alle costole del boss non è frutto di un inseguimento tra sterrati o di una soffiata anonima, bensì di un’attenzione costante ai legami che Mazzarella non ha mai spezzato. Le forze dell’ordine lo hanno atteso nel momento più scontato e, al contempo, più umano: una festa in famiglia. Un copione, questo, già visto in altre inchieste contro la camorra. Nel 2015 toccò a Corrado Orefice, reggente del clan Vanella Grassi, tradito dall’usanza del pranzo di Natale con i parenti. Nel 2013, invece, furono le vacanze natalizie a consegnare alla giustizia Angelo Marino, boss degli Scissionisti, il quale – nonostante la latitanza – non seppe resistere al richiamo degli affetti più cari. La storia si ripete, con lievi variazioni sul tema, anche per Mazzarella.
Il lusso come tallone d’Achille
Non solo la famiglia, però. Un’altra debolezza ricorrente tra i boss nascosti è l’attrazione per il benessere ostentato, una contraddizione che spesso li consegna agli inquirenti. Nel 2016, per fare un esempio, Salvatore Maggio – capoclan del sodalizio facente capo a Ettore Bosti – continuava a tenere le redini dell’organizzazione da un hotel di lusso della Penisola Sorrentina, con camere da 300 euro a notte. Mazzarella non ha fatto scelte diverse: pur sapendosi braccato, non ha rinunciato ai comfort né alla gestione diretta del suo pezzo di territorio. E così, mentre molti si aspettavano un latitante rintanato in qualche rifugio di montagna, lui si muoveva ancora tra ristoranti, locali e case familiari, convinto – a torto – che l’abitudine potesse diventare scudo.
I risvolti giudiziari e il quadro attuale
Dopo l’arresto, il ministro Crosetto ha voluto esprimere le congratulazioni all’Arma dei Carabinieri e alla magistratura, definendo il risultato “un segnale chiaro della presenza e dell’efficacia dello Stato nel contrasto alla criminalità organizzata”. Mazzarella, che ora si trova a disposizione degli inquirenti, era uno dei quattro latitanti italiani di massima pericolosità segnalati dal Viminale; ne restano ancora tre in libertà. La vicenda, comunque, non va letta soltanto come un episodio di cronaca giudiziaria, ma come un tassello di una strategia investigativa che punta sulle relazioni, sulle consuetudini e sulle piccole, umane debolezze di chi, pure vivendo fuori dal mondo, dal mondo non riesce a separarsi del tutto. Né si può ignorare il contesto più ampio – quello delle tensioni politiche ed economiche globali, in un momento in cui la politica statunitense, con Trump tornato alla Casa Bianca, non sempre garantisce le tutele sperate agli equilibri internazionali – sebbene, nel caso specifico, a fare la differenza siano state soprattutto le mosse sbagliate di un boss innamorato della propria vita.




