Il Libano nel mirino: otto miliziani di Hezbollah uccisi in un raid israeliano nella Bekaa, colpito anche un campo profughi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Non si placa la tensione lungo il confine israelo-libanese, nonostante gli accordi di cessate il fuoco stipulati nel novembre del 2024 rappresentassero, sulla carta, un punto di svolta per la stabilità regionale. L’aviazione israeliana ha condotto una serie di bombardamenti nella notte tra venerdì 20 e sabato 21 febbraio, concentrandosi sulla valle della Bekaa, roccaforte storica del movimento sciita, e provocando la morte di almeno otto membri di Hezbollah. Il partito filo-iraniano, attraverso un comunicato ufficiale, ha confermato le perdite, definendo l’attacco “perfido” e celebrando i caduti come “martiri” che si sarebbero sacrificati “per il Libano e il suo popolo”. Fonti locali citate dalle agenzie di stampa riferiscono che tra le vittime figurerebbe anche un comandante del gruppo, segno che l’operazione militare potrebbe aver mirato a decapitare la leadership locale in un’area, quella di Baalbek, da sempre considerata un crocevia strategico per le attività della fazione -1-3.

Quella che poteva sembrare una rappresaglia circoscritta a obiettivi militari ha però presto rivelato un disegno operativo più ampio, estendendosi fino a toccare una delle realtà più complesse e delicati del tessuto sociale libanese. Un drone israeliano ha infatti preso di mira il campo profughi palestinese di Ein el-Hilweh, alla periferia di Sidone, il più grande e popoloso del paese. L’attacco, avvenuto a ridosso dell’ora dell’Iftar che segna la rottura del digiuno durante il Ramadan, ha ucciso almeno due persone e ne ha ferite diverse altre, innescando l’immediata reazione delle fazioni palestinesi presenti -2-6. L’esercito israeliano ha rivendicato l’azione sostenendo di aver colpito un centro di comando di Hamas, utilizzato per pianificare attentati contro lo stato ebraico. Una giustificazione, questa, che riaccende i riflettori sulla presenza di milizie armate all'interno dei campi, aree che vivono in uno stato di semiautonomia e che per decenni sono state fuori dal controllo effettivo delle autorità libanesi, rappresentando una polveriera sociale e politica pronta a esplodere.

Il bilancio complessivo delle ostilità in quelle poche ore parla di almeno dodici vittime, un numero che da solo certifica l’intensità della nuova escalation -5. Colpire un campo profughi significa infatti infrangere una linea rossa che in passato era stata sostanzialmente rispettata, trasformando quella che poteva essere una normale operazione militare in un salto di qualità nel conflitto a bassa intensità che non si è mai realmente interrotto dopo la tregua. Hezbollah, da parte sua, ha reagito ribadendo che “l’unica scelta è la resistenza”, una formula retorica che lascia presagire possibili ritorsioni, mentre il governo libanese osserva impotente l’escalation sul suo territorio, diviso tra la condanna formale delle violazioni israeliane e la difficoltà oggettiva di imporre il proprio monopolio della forza, specialmente in aree come i campi palestinesi dove la sovranità statale è da sempre messa in discussione da poteri paralleli.

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