Il Libano nel mirino: nuovi raid israeliani nella Bekaa, si aggrava il bilancio delle vittime a Nabi Sheet
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
La macchina bellica israeliana non accenna a fermarsi, e il fronte libanese, dopo giorni di intensificazione degli attacchi che hanno messo in ginocchio la periferia sud di Beirut e vaste aree del sud del paese, si allarga ora verso l’interno. Nelle ultime ore, infatti, l’aviazione dello Stato ebraico ha concentrato la propria attenzione sulla valle orientale della Bekaa, una regione strategica che da sempre costituisce una delle retrovie principali per le forze di Hezbollah. È in questo contesto di escalation, che vede il conflitto espandersi su scala regionale anche dopo l’inizio dell’offensiva preventiva statunitense contro l’Iran, che si inserisce l’ultima tragedia consumatasi a danno della popolazione civile libanese.
Il massacro di Nabi Sheet e la risposta di Hezbollah
I caccia israeliani hanno preso di mira la cittadina di Nabi Sheet, nel distretto di Baalbek, un’area a maggioranza sciita e storicamente vicina al Partito di Dio. Il bombardamento, che secondo fonti locali è stato di particolare intensità, ha causato il crollo di diversi edifici, seppellendo decine di persone sotto le macerie. Il ministero della Salute libanese, in un comunicato diffuso nella tarda serata di ieri, ha fornito un bilancio drammatico ma ancora provvisorio: almeno nove i corpi recuperati senza vita, mentre diciassette feriti sono stati trasportati d’urgenza negli ospedali della zona. Le squadre della protezione civile e i volontari, ostacolati dalla continua minaccia di nuovi raid e dalla difficoltà di muoversi su un terreno devastato, lavorano senza sosta nella speranza di trovare altri sopravvissuti, in un’operazione di ricerca che si preannuncia lunga e complessa.
Parallelamente ai bombardamenti nell’est, la situazione è incandescente anche lungo la Linea Blu. Nella notte, le forze di Tsahal hanno confermato un’incursione delle milizie di Hezbollah contro una postazione militare israeliana nelle fattorie di Shebaa, un fazzoletto di terra conteso e ancora occupato. Secondo quanto riportato dai media israeliani, nell’attacco – condotto con missili anticarro e colpi di mortaio – sarebbe rimasto ferito il figlio del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, un esponente dell’estrema destra religiosa noto per le sue posizioni oltranziste. Il giovane, che presta servizio in un’unità combattente, avrebbe riportato ferite lievi, ma l’episodio assume un rilievo politico non indifferente, andando a colpire la sfera personale di uno dei membri più influenti e radicali dell’attuale esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu.
Dahiyeh, non solo una roccaforte: il dramma dello sfollamento di massa
Mentre la diplomazia internazionale tenta faticosamente di tessere fili sempre più spezzati, sul terreno la realtà è fatta di macerie e di una popolazione in fuga. Gli attacchi non hanno risparmiato nemmeno la Dahiyeh, la periferia meridionale di Beirut, che negli ultimi due giorni è stata letteralmente martellata da undici violenti raid. Definire quest’area semplicemente come la “roccaforte di Hezbollah” è, però, riduttivo: la Dahiyeh è un conglomerato urbano densamente popolato, dove decine di migliaia di civili, sciiti in larga maggioranza ma non solo, condividono spazi vitali con uffici e strutture riconducibili al partito. È il cuore pulsante di una comunità, un crocevia di traffici commerciali e vita sociale, che ora si è trasformato in un deserto di palazzi sventrati e vie ostruite dalle macerie. Gli ordini di evacuazione, diramati dall’esercito israeliano poche ore prima dei bombardamenti, hanno gettato nel panico migliaia di famiglie, innescando un nuovo esodo verso il centro della capitale e verso le regioni del nord, già provate da una crisi economica senza precedenti.
Le testimonianze che filtrano dalle zone colpite parlano di un vero e proprio sfollamento forzato. Chi può, cerca riparo presso parenti o in rifugi di fortuna, scolastici e centri sociali trasformati in dormitori di emergenza. Chi resta, lo fa per proteggere quel poco che possiede o perché impossibilitato a muoversi, come gli anziani e i malati. La comunità internazionale, pur condannando a parole l’escalation, sembra assistere impotente a quella che appare sempre più come una punizione collettiva inflitta al Libano e ai suoi cittadini, intrappolati in un conflitto che non hanno scelto e che vede il loro paese trasformato in un campo di battaglia per procura.
La guerra oltre il confine: il contesto regionale e le vittime dimenticate
Questa nuova ondata di violenza in Libano non può essere letta come un evento a sé stante, ma va inserita nel più ampio scenario mediorientale incendiato dall’offensiva contro l’Iran voluta dall’amministrazione Trump. Dopo l’uccisione dell’ayatollah Khamenei e i successivi attacchi missilistici iraniani contro obiettivi statunitensi e israeliani, l’asse con Teheran ha risposto aprendo molteplici fronti. Hezbollah, che dei pasdaran iraniani rappresenta la longa manus più potente e strutturata, ha così intensificato il lancio di razzi verso le posizioni israeliane al confine, provocando la reazione devastante che stiamo vedendo. Il bilancio complessivo delle vittime in Libano dall’inizio di queste operazioni su larga scala, secondo i dati diffusi dal ministero della Salute di Beirut, ha superato abbondantemente le duecento unità, con quasi ottocento feriti, numeri che raccontano di una guerra che uccide e mutila decine di persone ogni giorno, quasi esclusivamente civili colpiti nei loro villaggi e nelle loro case.
L’attenzione del mondo, catalizzata dalle drammatiche evoluzioni sul fronte iraniano e dalla minaccia di un conflitto esteso a tutto il Golfo, rischia di far passare in secondo piano il stillicidio di sangue libanese. Eppure, raid come quello di Nabi Sheet, che trasformano in obiettivi militari interi centri abitati, sollevano interrogativi precisi sulla proporzionalità e sulla natura degli attacchi. Le operazioni di soccorso, condotte in condizioni di estremo pericolo e con mezzi sempre più inadeguati, sono l’emblema di un paese lasciato solo a fronteggiare una potenza militare schiacciante, in un conflitto le cui ramificazioni si estendono ben oltre i confini nazionali, fino ai rapporti di forza tra le grandi potenze globali.




