Tiro e Al Nabi Sheet nel mirino, l'esercito israeliano accelera l'offensiva terrestre e aerea contro Hezbollah in Libano
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Redazione Esteri
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L’onda lunga degli attacchi cominciati nella notte tra venerdì e sabato ha lasciato il segno su due fronti strategici del Libano, con le macerie che ancora fumano a Tiro, città costiera del sud, e il bilancio che si aggrava ora dopo ora nella valle della Bekaa. Sono almeno quarantuno le vittime accertate a Al Nabi Sheet, secondo l’ultimo aggiornamento diffuso dal Ministero della Salute libanese – un numero drammaticamente lievitato rispetto alle prime stime che parlavano di sedici morti – e si contano una quarantina di feriti, mentre i raid israeliani non hanno risparmiato neppure la periferia meridionale di Beirut, dove le colonne di fumo si alzavano alte sopra i palazzi. I caccia israeliani hanno martellato per ore l'area orientale, al confine con la Siria, ma non si è trattato soltanto di bombardamenti a tappeto: fonti libanesi e dello stesso Hezbollah riferiscono di un'operazione di commando condotta da unità speciali, inserite con quattro elicotteri, che avrebbero tentato una manovra a terra nei pressi di un cimitero della cittadina di Al Nabi Sheet. Proprio lì, secondo quanto ricostruito, i militari israeliani avrebbero aperto una tomba e scavato nel tentativo di recuperare reperti – forse resti – del pilota Ron Arad, il navigatore dell'aeronautica scomparso nel 1986 dopo essere stato abbattuto in missione, una ferita mai rimarginata nella memoria collettiva israeliana e una delle ragioni, questa la versione ufficiale dell'Idf, che avrebbe giustificato l'incursione in territorio nemico.
Il tentativo, costato decine di vite umane tra i civili e almeno tre soldati dell'esercito libanese finiti sotto i bombardamenti di copertura, non ha portato al ritrovamento di ciò che si cercava, come hanno dovuto ammettere gli stessi vertici militari israeliani al termine di una notte di fuoco. Hezbollah, dal canto suo, rivendica di aver intercettato il reparto avversario non appena toccato terra, ingaggiando uno scontro a fuoco che avrebbe costretto gli israeliani a richiedere una precipitosa evacuazione sotto una pioggia di raid aerei – una quarantina secondo alcune stime – lanciati proprio per coprire il ripiegamento e impedire l'arrivo di rinforzi nemici. Ma l'offensiva non si è fermata alla valle della Bekaa: nel sud, nella zona di Tiro orientale, le bombe hanno centrato zone densamente popolate, mentre un attacco nella località di Duweir ha causato altre cinque vittime e almeno nove feriti, in quella che appare ormai una guerra senza quartiere dichiarata da Israele alle infrastrutture e ai combattenti del partito di Dio.
Il bilancio complessivo, dall'inizio della settimana e cioè da quando Hezbollah ha aperto il fuoco in segno di solidarietà con l'Ihan dopo la morte della Guida suprema iraniana, è arrivato a sfiorare le trecento vittime accertate, per non parlare dei feriti e degli sfollati, un numero che secondo fonti ONU avrebbe già superato le quattrocentoventimila unità in fuga dal Sud e dalla periferia di Beirut. La macchina bellica israeliana, per bocca dei suoi portavoce, sostiene di aver colpito oltre cinquecento obiettivi riconducibili al movimento sciita e di avere ucciso più di settanta dei suoi membri, mentre dalla parte opposta continuano a piovere razzi e droni verso il nord dello Stato ebraico – circa settanta solo nell'ultima notte – che tengono sotto pressione i centri abitati di confine. Nel kibbutz Sasa, a pochi chilometri dal Libano, gli abitanti ormai dormono direttamente nei vani blindati per non dover continuamente correre dentro e fuori ai rifugi a ogni allarme, come racconta Angelica Edna Calò Livne, scrittrice italiana residente lì da anni, testimone di un'emergenza che non dà tregua.
Le incursioni nel cuore della Bekaa e la ricerca di un eroe caduto
L’operazione delle forze speciali nella zona di Baalbek ha riportato alla luce una delle pagine più dolorose e controverse della storia militare israeliana, quella legata alla sorte di Ron Arad, il cui aereo venne abbattuto mentre colpiva obiettivi palestinesi e che finì prigioniero di milizie sciite per poi scomparire nel nulla, probabilmente morto già alla fine degli anni Ottanta senza che il suo venisse mai restituito. Non è un caso che l’incursione sia avvenuta in un cimitero: le informazioni in possesso dei servizi, evidentemente, indicavano quella come una possibile sepoltura, anche se al termine delle ricerche non è emerso alcun elemento utile. La scelta di colpire con tale violenza, provocando decine di morti tra i civili, ha scatenato la reazione del governo libanese, che parla di escalation inaccettabile, mentre le Nazioni Unite, per bocca della coordinatrice speciale Jeanine Hennis-Plasschaert, hanno lanciato un appello a riaprire un dialogo per fermare le ostilità, ammonendo che la situazione, già grave, rischia di precipitare ulteriormente se non si troverà una soluzione negoziale. Ma i fatti parlano di una guerra che si allarga, con l'Iran che tiene le fila del conflitto e minaccia rappresaglie, con gli Stati Uniti che si preparano a una lunga campagna militare e con i civili, come sempre, a pagare il prezzo più alto: migliaia di famiglie libanesi dormono all'addiaccio o in rifugi di fortuna, mentre nel nord di Israele si moltiplicano i razzi e la paura, in un tiro alla fune che sembra non avere fine.




