Il premierato ci salverà dai terremoti della politica, dice la Casellati, attaccando chi strumentalizza il referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il ministro per le Riforme Elisabetta Casellati, nel corso di un confronto serrato, ha liquidato con parole di fuoco le critiche mosse alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, definendole il frutto di un «ostruzionismo ideologico e irresponsabile». Secondo quanto riferito, la Casellati ha respinto con forza l’accusa, ripetutamente avanzata dal fronte del no, secondo cui l’obiettivo celato della revisione sarebbe quello di assoggettare la magistratura requirente all’esecutivo, sostenendo invece che si tratti di «una colossale falsità». La ministra, i cui interventi hanno preceduto una partecipazione alla Festa del Giornale, ha dunque delineato un quadro in cui la polemica strumentale oscurerebbe il vero scopo dell’intervento, ossia quello di restituire ai cittadini, secondo la sua visione, una rinnovata fiducia nell’intero sistema giudiziario.

La polemica sul procedimento referendario e il ruolo di Milano

Il dibattito, in effetti, si è andato progressivamente spostando dal merito della riforma verso aspetti di natura procedurale, una dinamica che la stessa Casellati ha implicitamente criticato. La recente impugnazione presentata al TAR del Lazio contro la delibera del Consiglio dei ministri che ha fissato la data del referendum costituzionale ne è un esempio lampante, riportando l’attenzione sulle regole dell’articolo 138 della Costituzione piuttosto che sul contenuto della proposta. Mentre a Roma si discute di questi profili, a Milano, città definita decisiva per l’esito della consultazione, i comitati si sono già mossi: quello per il no, sostenuto da un ampio ventaglio di soggetti politici e associative, ha avviato formalmente la sua campagna, mentre quello per il sì opera già da diversi mesi, trovando tra i suoi promotori esponenti di spicco di Forza Italia.

La riforma come presidio di stabilità istituzionale

In questo contesto infuocato, la posizione del ministro Casellati appare chiara e netta. La battaglia referendaria, a suo dire, è prima di tutto «una battaglia di verità», contro quelle narrazioni che, a suo giudizio, distorcono gli intenti del governo. La separazione delle carriere, quindi, non viene presentata come una semplice riforma tecnica dell’ordinamento giudiziario, ma come un tassello fondamentale di un disegno più ampio, volto a creare una maggiore stabilità dell’intero sistema politico-istituzionale. È in questa cornice che si inserisce il riferimento al cosiddetto “premierato”, evocato dalla Casellati quasi come un antidoto ai continui «terremoti della politica», indicando una direzione di marcia che punta a rafforzare il ruolo dell’esecutivo e a ridurre quelle frizioni tra i poteri dello Stato che, a suo avviso, minano la credibilità delle istituzioni.

Lo scontro che va oltre la giustizia

Quello che emerge, al di là delle singole dichiarazioni, è uno scontro che trascende il tema specifico della giustizia per investire modelli diversi di organizzazione dello Stato. Da una parte, un fronte del no che vede nella riforma un pericoloso arretramento per l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, specialmente di quella inquirente; dall’altra, una maggioranza che, attraverso la voce del suo ministro, propugna un riassetto dei rapporti tra i poteri, dove una magistratura con percorsi distinti tra giudici e pubblici ministeri e un esecutivo più forte siano visti come elementi complementari di un nuovo equilibrio. Una partita, questa, che si gioca su un duplice piano: quello del confronto politico-mediatico, con accuse reciproche di mistificazione, e quello, più silenzioso ma non meno importante, delle aule giudiziarie, dove si decide sulla regolarità del percorso che porterà gli italiani a votare.

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