I ragazzi cercano nell'intelligenza artificiale uno psicologo e un confidente
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Redazione Salute
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Un numero crescente di adolescenti, stando a un'indagine condotta in numerose scuole del Regno Unito, sta facendo ricorso a chatbot e sistemi di intelligenza artificiale per discutere di questioni personali, cercare consigli in ambito sentimentale o, semplicemente, per trovare un ascolto che non giudica. L'azienda britannica Male Allies, che si occupa di colmare le differenze di genere, ha rilevato che più di un terzo degli studenti interpellati, un dato che non può essere trascurato, sta seriamente considerando l'idea di avere un "amico AI", una presenza digitale con cui confidarsi senza il timore di subire un rimprovero o di vedersi negata la propria percezione della realtà.
La diffusione dei chatbot nella sfera emotiva
Questa tendenza, che si inserisce in un panorama più ampio di evoluzione tecnologica applicata al benessere psicologico, segna un cambiamento potenzialmente epocale nelle modalità con cui le giovani generazioni si approcciano al supporto emotivo. L'utilizzo continuativo di tali strumenti, i quali offrono una risposta immediata e anonima a un disagio, comporterebbe una significativa trasformazione nell'accesso ai servizi di salute mentale, spostando una parte di questa domanda verso piattaforme non supervisionate da professionisti. Se da un lato, infatti, strumenti come Chat GPT o Claude sono indubbiamente utili per organizzare il lavoro o dipanare dubbi pratici, il problema sorge quando l'interazione con un algoritmo diventa più appetibile di quella con le persone in carne e ossa, creando una pericolosa illusione di comprensione.
I rischi di una dipendenza digitale
La neuropsichiatra infantile, commentando il fenomeno, ha lanciato un appello ai genitori, esortandoli ad ascoltare di più i propri figli e, soprattutto, a non aver timore di affrontare e riconoscere il loro dolore. Questo monito arriva in un contesto dove le cronache iniziano a registrare casi estremi, sebbene isolati, di gravi destabilizzazioni psicologiche legate a un uso distorto dell'AI. In un video divenuto virale, un ragazzo di nome Anthony ha raccontato di aver vissuto un'esperienza che lui stesso ha definito "psicosi da intelligenza artificiale", un episodio drammatico, iniziato nel maggio del 2023 con i primi utilizzi, durante il quale la sua percezione della realtà è stata completamente alterata, con conseguenze devastanti sulla sua vita personale. Ha affermato, con amarezza, di sentirsi come se le sue interazioni con il chatbot gli avessero "rovinato la vita", un'espressione che racchiude tutta la portata di un disagio profondo.
Il confine tra supporto e sostituzione
La questione di fondo, che emerge da questi sviluppi, non riguarda tanto la bontà della tecnologia in sé, la cui evoluzione in ambito psicoterapeutico è considerata promettente da molti esperti, ma la sua applicazione incontrollata in assenza di un framework etico e di vigilanza. Il sondaggio inglese, del resto, fotografa una realtà in divenire, dove i confini tra un supporto digitale integrativo e una sostituzione del terapeuta umano appaiono sempre più labili. Si tratta di un fenomeno complesso, che richiede una riflessione approfondita sulle conseguenze a lungo termine di un dialogo emotivo delegato interamente a un'entità algoritmica, la quale, per sua natura, è priva di empatia genuina e di quella condivisione umana che spesso costituisce il primo passo verso una vera guarigione.




