L’ombra radioattiva su Bushehr: terzo attacco in dieci giorni e la geografia instabile del Golfo

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   L’incidente, che per la terza volta nel giro di appena dieci giorni ha preso di mira l’area della centrale nucleare di Bushehr, trasforma un allarme tecnico in una questione di sicurezza internazionale potenzialmente esplosiva. A renderlo noto è stata l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), dopo che Teheran ha formalmente informato l’organismo della nuova offensiva nei pressi dell’impianto – quello stesso impianto che, va ricordato, rappresenta la prima centrale atomica iraniana e che in passato aveva già subito guasti tali da provocare blackout estesi nel paese. Rafael Grossi, direttore generale dell’AIEA, ha immediatamente esortato alla “massima moderazione”, sottolineando un rischio concreto: non tanto un’esplosione nucleare, quanto un incidente radiologico di vaste proporzioni, capace di contaminare il Golfo Persico e le sue coste. E ci si chiede, legittimamente, se questi attacchi ripetuti non siano invece il sintomo di una strategia più ampia, mirata a normalizzare l’idea di un Medio Oriente esposto a scenari radioattivi finora confinati nei manuali di guerra asimmetrica.

Il nodo di Hormuz e le basi Usa nel mirino

La guerra in Medio Oriente, lo si vede ormai con chiarezza, continua ad allargare il suo raggio d’azione senza soluzione di continuità: infrastrutture sensibili, installazioni militari e snodi logistici vengono colpiti in una sequenza che tiene il fiato sospeso degli analisti. Nelle ultime ore, parallelamente all’incidente di Bushehr, sono state segnalate esplosioni e feriti all’interno di una base statunitense in Arabia Saudita, un fatto che riaccende i riflettori sullo Stretto di Hormuz – quel collo di bottiglia attraverso cui transita un terzo del petrolio via mare. L’intreccio tra i danni alla centrale iraniana e gli attacchi alle forze americane disegna una mappa della tensione che non ha più confini lineari: da una parte l’Iran, che vede minacciato il proprio programma atomico civile; dall’altra gli Stati Uniti, con Trump tornato alla Casa Bianca, che devono gestire basi esposte e alleati divisi. E poi Israele, attore mai nominato esplicitamente ma sempre presente in questi teatri, come un’ombra che nessuno chiama per nome.

Acqua pesante e satelliti: il caso Khondab

Non solo Bushehr, però. L’AIEA ha pubblicato, con un post su X, una valutazione che molti osservatori avevano atteso per giorni: l’impianto di produzione di acqua pesante di Khondab – che l’Iran aveva segnalato come oggetto di un attacco il 27 marzo – non è più operativo. La conferma, precisa l’agenzia, arriva da un’analisi indipendente di immagini satellitari incrociata con la conoscenza pregressa dell’impianto. Una precisazione, quest’ultima, non secondaria: Khondab non contiene materiale nucleare dichiarato, ma la sua messa fuori uso rappresenta un danno selettivo a una struttura chiave per il ciclo del combustibile alternativo. In altre parole, si colpisce senza innescare una contaminazione immediata, ma si intacca la capacità iraniana di gestire tecnologie duali – quelle che possono avere un uso civile ma anche, in prospettiva, militare. Il messaggio implicito, per chi sa leggere tra i silenzi diplomatici, è che l’escalation può essere calibrata: si può danneggiare un programma senza far esplodere una bomba sporca.

Cosa succede se un reattore viene colpito?

Mentre la guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran – definizione ormai accolta da più parti, anche se mai ufficializzata – entra nel suo secondo mese, una domanda si fa strada tra gli esperti di sicurezza nucleare: cosa accadrebbe realmente se un sito atomico venisse centrato in pieno? La risposta, controintuitiva per il grande pubblico, è che nella maggior parte dei casi un disastro radiologico su larga scala sarebbe improbabile. I reattori moderni, e Bushehr è costruito su standard russi non recentissimi ma comunque robusti, sono protetti da contenimenti in calcestruzzo armato e sistemi di spegnimento automatico. Tuttavia – ed è un “tuttavia” pesante – un attacco mirato ai sistemi di raffreddamento o alle vasche di stoccaggio del combustibile esausto potrebbe liberare isotopi pericolosi senza alcuna esplosione nucleare. Un rilascio controllato, insomma, capace di rendere inabitabile una fascia costiera senza far scattare le sirene di un’allerta atomica globale. E questo, forse, è il vero salto di qualità che il conflitto ha già compiuto.

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