Attacco a Bushehr, terzo incidente in dieci giorni. E nel mirino finisce anche l’impianto di “yellowcake”
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Redazione Esteri
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L’escalation in Medio Oriente non accenna a fermarsi, anzi, nelle ultime ore ha preso di mira con rinnovata violenza le infrastrutture strategiche iraniane, con un focus sempre più serrato sul programma nucleare. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) ha riferito di essere stata informata direttamente da Teheran di un nuovo attacco nell’area della centrale di Bushehr; si tratterebbe, stando alle comunicazioni ufficiali, del terzo incidente di questo tipo nel giro di soli dieci giorni, a testimonianza di una pressione che non accenna a diminuire. Dalle prime ricostruzioni, e secondo quanto ribadito dall’ente di vigilanza internazionale citando i responsabili iraniani, il reattore attivo non avrebbe riportato danni strutturali, così come non sarebbero state registrate emissioni di radiazioni nell’ambiente circostante: le condizioni del centro, insomma, sarebbero tornate rapidamente alla normalità, nonostante la gravità dell’accaduto.
Nel frattempo, il conflitto si allarga su un fronte che sembrava finora secondario. Per la prima volta dall’inizio delle ostilità, le sirene sono suonate in Israele a seguito di un lancio missilistico proveniente dallo Yemen: un vettore, intercettato con successo dai sistemi di difesa israeliani, che segna l’entrata in campo diretta dei ribelli Houthi in questa fase della guerra. Un’ulteriore dimostrazione di come la crisi rischi di attrarre sempre più attori regionali, allargando un fronte che già vede impegnate le forze statunitensi e israeliane contro le milizie filoiraniane sparse nell’area. A riprova di questa dinamica, prosegue anche la catena di attacchi alle basi americane: l’ultima a finire nel mirino è stata quella Sultan, in Arabia Saudita, colpita in un’azione che conferma la vulnerabilità delle installazioni militari Usa presenti nella penisola arabica.
Danni collaterali e il dossier dell’Aiea: l’ombra delle radiazioni
L’attenzione della comunità internazionale resta però incollata al programma nucleare iraniano, un obiettivo che appare sempre più centrale nelle operazioni militari in corso. Non si tratta solo di Bushehr: secondo quanto riferito dall’Organizzazione per l’energia atomica dell’Iran, un raid congiunto ha colpito l’impianto di produzione di “yellowcake” situato ad Ardakan, nella provincia di Yazd. Si tratta di un’installazione di primaria importanza, in quanto l’uranio in polvere gialla – lo “yellowcake” appunto – costituisce il primo anello della catena di lavorazione del combustibile nucleare, quello che viene successivamente arricchito. Le autorità iraniane hanno tenuto a precisare che, nonostante l’impatto, non si sono verificate fuoriuscite di materiale radioattivo, cercando così di rassicurare sia l’opinione pubblica interna sia gli osservatori internazionali circa l’assenza di un disastro ambientale.
L’Aiea, dal canto suo, ha confermato di aver ricevuto le comunicazioni ufficiali in merito agli attacchi di Ardakan, aggiungendo un dettaglio non trascurabile: mentre procede con le proprie verifiche, l’agenzia ha rinnovato l’appello alla moderazione, sottolineando il rischio concreto che operazioni militari di questo genere possano degenerare in un incidente nucleare dalle conseguenze incalcolabili per l’intera regione. Il timore di una contaminazione resta altissimo, specialmente se a essere colpiti non sono solo siti di produzione, ma reattori attivi come quello di Bushehr, che pure in questo caso è stato dichiarato indenne.
La Casa Bianca e l’affondo sulla Nato: una frattura che si allarga
Mentre i raid si susseguono, sul piano politico-diplomatico fa discutere l’ultima uscita del presidente americano Donald Trump, che ha scelto toni durissimi nei confronti degli alleati atlantici. Tornato alla Casa Bianca e ora nuovamente alla guida degli Stati Uniti, Trump ha definito la Nato “una tigre di carta” in un intervento in cui ha riversato la propria delusione per il mancato supporto ricevuto da alcuni membri dell’Alleanza nelle operazioni legate allo Stretto di Hormuz. Una definizione, quella di “tigre di carta”, che nelle intenzioni del presidente americano vuole sottolineare quella che a suo avviso è una debolezza strutturale dell’organizzazione quando non sorretta dalla potenza di fuoco e dalla volontà politica di Washington.
Il fulcro della polemica risiede proprio nella gestione della crisi nello Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per il traffico petrolifero mondiale la cui chiusura de facto sta avendo ripercussioni pesanti sui mercati energetici. Trump ha lamentato che alcuni paesi, pur beneficiando della protezione americana, non abbiano voluto contribuire attivamente alle operazioni di sicurezza, lasciando gli Stati Uniti a sostenere da soli il peso del confronto. “Noi aiutiamo la Nato, ma loro non aiutano mai noi”, ha ribadito il presidente, accennando in conferenza stampa alla possibilità concreta di rivedere i finanziamenti all’organizzazione in risposta a quella che considera una slealtà da parte di chi non ha voluto schierarsi.
L’offensiva si intensifica: tra obiettivi militari e sviluppi sul terreno
A livello operativo, le forze congiunte di Stati Uniti e Israele continuano a martellare i siti considerati sensibili per la sicurezza nazionale iraniana. Oltre ai già citati impianti nucleari, l’offensiva si sta concentrando su infrastrutture industriali di rilievo, come nel caso di un importante impianto per la produzione di acciaio la cui attività è stata temporaneamente interrotta a causa dei bombardamenti. La strategia, a giudicare dalla selezione degli obiettivi, sembra essere quella di colpire a 360 gradi la capacità economica e tecnologica del paese, indebolendone non solo il potenziale militare ma anche le fondamenta industriali.
Sul fronte delle valutazioni strategiche, da Washington emergono indicazioni precise su una tempistica ristretta per la prosecuzione del conflitto. Il segretario di stato Marco Rubio ha fornito una previsione che circola ormai negli ambienti diplomatici: la guerra potrebbe protrarsi ancora per un arco temporale compreso tra le due e le quattro settimane, un lasso di tempo definito ma sufficiente, secondo gli analisti, per raggiungere gli obiettivi prefissati senza dover ricorrere a un’invasione di terra su larga scala. Un messaggio, questo, che mira probabilmente a gestire le aspettative sia sul fronte interno americano sia presso gli alleati europei, preoccupati da una possibile escalation incontrollata.




