Il fronte libanese si riapre mentre l’Aiea indaga sui possibili rischi radiologici a Natanz
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Redazione Esteri
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Le sirene sono tornate a risuonare nel nord di Israele, in particolare nell’area di Haifa, dove nella notte l’Idf ha rilevato il lancio di razzi e droni provenienti dal territorio libanese, una rappresaglia, questa, che Hezbollah ha giustificato come atto dovuto per vendicare il sangue del leader iraniano Ali Khamenei, la cui uccisione, avvenuta nel corso dei pesanti raid congiunti di Stati Uniti e Israele, ha di fatto aperto una nuova e pericolosissima fase del conflitto in Medio Oriente. Le batterie antiaeree israeliane sono entrate in azione, riuscendo a intercettare una parte dei proiettili – alcuni dei quali, stando alle prime ricostruzioni, sarebbero comunque caduti in aree aperte senza provocare vittime – ma la risposta di Tel Aviv non si è fatta attendere, concretizzandosi in violenti attacchi condotti dall’aviazione contro quelle che sono state descritte come postazioni e infrastrutture militari di Hezbollah nel sud del Libano e nella periferia sud di Beirut, roccaforte storica del partito sciita.
Questo scambio di colpi sul confine settentrionale rappresenta una pericolosa estensione del conflitto, che proprio nelle ultime ore aveva visto l’esercito israeliano rivendicare il raggiungimento della superiorità aerea nei cieli di Teheran, un’operazione senza precedenti condotta con centinaia di sortite e mirata a decapitare i centri di comando dei Guardiani della Rivoluzione e a distruggere batterie di missili balistici e sistemi di difesa aerea. Secondo funzionari israeliani, l’offensiva procederebbe con un’intensità e una velocità superiori alle previsioni iniziali, mentre il presidente americano Donald Trump, parlando di un’operazione che potrebbe protrarsi per circa quattro settimane, ha confermato la distruzione di “centinaia” di obiettivi, sebbene fonti stampa come il New York Times parlino di duemila siti colpiti, aggiungendo inoltre che tre militari statunitensi hanno perso la vita nel corso delle azioni belliche.
La denuncia di Teheran sui siti nucleari e la cautela dell’Aiea
In questo quadro di estrema tensione, un elemento di preoccupazione ulteriore è emerso durante la riunione d’emergenza del Consiglio dei governatori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (Aiea), convocata a Vienna su richiesta della Russia. L’ambasciatore iraniano presso l’Agenzia, Reza Najafi, ha denunciato ufficialmente che i raid di Stati Uniti e Israele avrebbero preso di mira anche l’impianto nucleare di Natanz, uno dei siti più sensibili e strategici del programma atomico persiano, situato nel centro del paese e da sempre al centro delle attenzioni della comunità internazionale per le attività di arricchimento dell’uranio che vi si svolgono. La dichiarazione, rilasciata ai giornalisti a margine dell’incontro, ha immediatamente innalzato il livello di allarme circa le possibili conseguenze ambientali e sanitarie di un attacco a infrastrutture che maneggiano materiale radioattivo.
A fare chiarezza sulla situazione fattuale sul campo è intervenuto il direttore generale dell’Aiea, Rafael Grossi, il quale, pur esprimendo la massima preoccupazione per l’escalation in corso e per i suoi potenziali risvolti, ha fornito un quadro parzialmente rassicurante, o quantomeno cauto. Grossi ha infatti dichiarato che, allo stato attuale, l’Agenzia non dispone di indicazioni che confermino danni effettivi agli impianti nucleari iraniani, inclusi gli stessi siti di Natanz, il reattore di Teheran o la centrale di Bushehr; i tentativi di contattare le autorità nucleari di Teheran per ottenere verifiche indipendenti e ristabilire un canale di comunicazione diretto, ha aggiunto il direttore, non hanno ancora ricevuto risposta, e questo silenzio non fa che accrescere l’incertezza in un momento già di per sé critico.
Il monito di Grossi sui rilasci radiologici e la riunione d’emergenza a Vienna
Nonostante l’assenza di prove di un impatto diretto sui reattori o sui siti di stoccaggio, la situazione è stata definita da Grossi come “molto preoccupante”, soprattutto alla luce del principio, più volte ribadito in passato dalle risoluzioni dell’Aiea, secondo cui gli attacchi armati a impianti nucleari non dovrebbero mai verificati, data la loro potenzialità di causare disastri ecologici di portata transfrontaliera. Il direttore generale ha infatti messo in guardia il consiglio dei governatori, composto da trentacinque nazioni, sul fatto che non si può escludere un possibile rilascio radiologico, con gravi conseguenze che potrebbero includere, nello scenario peggiore, la necessità di evacuare aree vaste, anche più grandi delle principali città, un monito, questo, che suona come un campanello d’allarme affinché tutte le parti in conflitto esercitino la massima moderazione. L’Agenzia, dal canto suo, ha attivato il proprio Centro di emergenza e incidenti, che sta monitorando costantemente la situazione in coordinamento con le reti di sicurezza regionali, e ha precisato che finora non è stato registrato alcun innalzamento dei livelli di radiazione al di sopra dei valori normali nei paesi confinanti con l’Iran.
La riunione straordinaria di Vienna è stata quindi l’occasione per un confronto serrato, in cui l’Iran ha chiesto una presa di posizione netta e una condanna degli attacchi subiti, mentre l’Occidente e la stessa Agenzia si trovano a dover navigare in acque diplomatiche estremamente agitate, cercando di mantenere aperto un dialogo tecnico in un contesto di guerra aperta. L’attenzione mondiale resta quindi focalizzata su due fronti distinti ma interconnessi: da un lato il conflitto convenzionale che vede Israele e Stati Uniti colpire obiettivi militari iraniani e le sue propaggini libanesi, e dall’altro la silenziosa e forse ancor più pericolosa battaglia per la sicurezza nucleare, con il timore che un incidente in uno degli impianti possa trasformare una crisi regionale in una catastrofe dalle conseguenze incalcolabili per l’intera area mediorientale e non solo.




