Trescore Balneario, il ragazzo di tredici anni e il coltello: la vendetta era stata annunciata su Telegram
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Redazione Interno
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La campanella delle otto, in quel mercoledì di fine marzo, aveva appena segnato l’inizio delle lezioni quando, nei corridoi dell’istituto comprensivo di Trescore Balneario, un ragazzino di terza media ha trasformato una mattina qualunque in una scena di violenza inaudita. Indossava pantaloni mimetici e una maglietta bianca con la scritta “Vendetta” stampata in rosso. Ma non era solo l’abbigliamento a raccontare il suo stato d’animo: al collo aveva un cellulare in diretta su Telegram, pronto a trasmettere l’agguato a una platea di sconosciuti che, forse, aveva atteso quel momento insieme a lui. La professoressa di francese, Chiara Mocchi, cinquantasette anni, è stata colpita alle spalle mentre percorreva il corridoio del primo piano; una prima coltellata al collo e poi una seconda all’addome, prima che altri insegnanti e due collaboratori scolastici riuscissero a bloccarlo e a disarmarlo. Soccorsa in elisoccorso e sottoposta a una trasfusione immediata già durante il volo verso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, la docente è stata dichiarata fuori pericolo di vita dopo un delicato intervento chirurgico.
Il “manifesto” digitale e l’esplosivo in casa
Quel che rende il caso di Trescore Balneario profondamente diverso da altre pagine di cronaca, è il grado di premeditazione esibito dal tredicenne. Le indagini condotte dai carabinieri del comando provinciale di Bergamo hanno portato alla luce un’attività preparatoria minuziosa, documentata dallo stesso minore su Telegram. In una chat, aveva pubblicato le fotografie delle armi che avrebbe portato con sé – un coltello da combattimento a lama seghettata, una pistola scacciacani e persino uno spray al peperoncino – accompagnate dalla didascalia “le armi che userò”. Poco prima di entrare a scuola, aveva condiviso un lungo testo, un vero e proprio “manifesto” dal Titolo macabro “The final solution”, in cui spiegava le ragioni della sua furia: un voto ritenuto ingiusto e una lite con un compagno di classe in cui la professoressa aveva preso le difese dell’altro ragazzo, episodi vissuti come umiliazioni intollerabili. La ricerca del movente, per quanto complessa, si è concentrata su questo sentimento di rancore accumulato, che il ragazzino ha descritto con una lucidità agghiacciante: “Ucciderò la mia insegnante di francese. Non è una scelta casuale, è mirata”, si legge nei suoi scritti. Nella sua abitazione, i militari hanno inoltre sequestrato materiale potenzialmente esplosivo – acidi e fertilizzanti – che il ragazzo, appassionato di chimica, aveva raccolto con l’intenzione di assemblare ordigni.
Lo sguardo della rete e la reazione degli adulti
L’aspetto forse più inquietante, quello che ha acceso il dibattito oltre i confini della cronaca, è la trasformazione dell’atto violento in un contenuto da diffondere in tempo reale. Il ragazzo aveva fissato il telefono al petto con un’imbracatura, riprendendo il suo ingresso nell’edificio, la salita delle scale e l’istante in cui la professoressa, voltandosi, lo ha incrociato per un attimo prima che il video diventasse un flusso confuso di immagini in cui spunta la lama. Su Telegram, l’aggressione è stata subito etichettata con un’ironia crudele: “Il video fa ridere”, “è stata una ragazzata”, commentavano alcuni utenti, riducendo a un meme un episodio che aveva lasciato una donna in fin di vita e una scuola intera sotto choc. Lo psicologo Matteo Lancini, interpellato sulla vicenda, ha sottolineato come i social network rischino di diventare l’alibi degli adulti per non guardare in faccia una realtà più complessa: quella di una società che spesso reagisce alla violenza con lo stesso cinismo che si attribuisce agli adolescenti. La preside dell’istituto, Maria Pilato, ha sintetizzato il senso di smarrimento collettivo con una frase che riecheggia tra i banchi di scuola: “Un video non può valere più di una vita”.
La solitudine dietro il gesto estremo
Dopo l’aggressione, mentre la scuola veniva blindata e i compagni di classe si barricavano nelle aule con i banchi contro la porta per paura di diventare a loro volta bersagli, il tredicenne è stato portato in presidenza. Lì, secondo le testimonianze raccolte, è scoppiato a piangere a dirotto. Un contrasto netto con la freddezza esibita nei messaggi pubblicati online, dove scriveva di sentirsi “superiore a tutti i miei coetanei” e consapevole che, avendo meno di quattordici anni, non avrebbe potuto essere incriminato. I compagni lo descrivono come un ragazzo schivo, timido, mai eccessivo nei comportamenti; alcuni hanno detto di non averlo mai visto capace di un gesto simile, pur notando un astio profondo e prolungato nei confronti della docente di francese. La procura per i minorenni di Brescia ha aperto un fascicolo, ma il ragazzo, non essendo imputabile per l’età, è stato trasferito in una comunità protetta con il consenso dei genitori, mentre gli inquirenti continuano a setacciare i suoi device per ricostruire l’intera rete di contatti – forse anche all’estero – che potrebbero averlo spinto o incoraggiato a compiere quel che definiva la sua “dolce vendetta”.




