Trescore, il grido muto del tredicenne e quel coltello da Rambo nello zaino

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Il corridoio della scuola media di Trescore Balneario, alle sette e quarantacinque di una mattina come tante, si è trasformato improvvisamente in un luogo di indicibile violenza. È lì che Chiara Mocchi, professoressa di francese di 57 anni, ha incrociato il suo studente tredicenne, quello della terza A. Lui, in assetto quasi militare – pantaloni mimetici e una maglietta con una scritta che lasciava poco spazio all’interpretazione, “Vendetta” – nascondeva nello zaino una pistola scacciacani e un coltello seghettato di grosse dimensioni, simile a quelli usati per la caccia, definito da alcuni testimoni “da Rambo”. In pochi istanti, la freddezza di un piano apparentemente studiato: l’ha intercettata, le ha sferrato fendenti al collo e all’addome, mentre probabilmente il tutto veniva ripreso in diretta su Telegram. Un’insegnante che per vent’anni aveva attraversato quelle stesse porte, che aveva persino aperto un canale YouTube per avvicinare i suoi alunni alla lingua francese, ridotta in fin di vita, salvata solo da una trasfusione d’urgenza effettuata durante il volo in elisoccorso verso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

La furia silenziosa e il fallimento degli adulti

Di fronte a questa ennesima, drammatica esplosione di violenza pre-adolescenziale, le parole di chi studia la mente dei giovani assumono il peso di un’urgenza inascoltata. Matteo Lancini, psicologo e presidente della Fondazione Minotauro, lo ripete con la pazienza di chi cerca di scalfire una narrazione dominante: “Le emozioni che non trovano parole per essere espresse possono diventare violenza verso l’altro o verso sé stessi”. Non si tratta di giustificare un gesto criminale – e tale rimane – ma di provare a leggerne le radici. In una società che, come spiega Lancini, rimuove il dolore e le emozioni scomode, quei ragazzi che apparentemente “hanno tutto” vengono invece privati della possibilità di esprimere tristezza, rabbia o paura. Il tredicenne di Trescore, con quel coltello e quella maglietta, non ha semplicemente aggredito una professoressa: ha urlato un disagio che forse nessuno aveva voluto o saputo intercettare prima. È questo il punto su cui insiste anche lo psicoanalista Massimo Ammaniti, il quale, commentando la vicenda, ha sottolineato l’inutilità di invocare la repressione come soluzione, definendo i gesti estremi di un ragazzo come il sintomo di un’incapacità, ormai radicata, di gestire le proprie pulsioni violente. “Sono adolescenti, non criminali”, è il monito che lancia, quasi a voler separare la persona dal gesto, per quanto aberrante.

La scuola in trincea e il miraggio della punizione

L’eco di questo episodio, che per fortuna non si è concluso in tragedia, riporta al centro del dibattito il ruolo della scuola, non solo come luogo di trasmissione del sapere, ma come ultimo baluardo di una relazione educativa in crisi. Gli esperti sono concordi: aumentare le pene o invocare un inasprimento delle misure, come paventato dal decreto Caivano con il suo maggiore ricorso alla carcerazione per i minori, rischia di essere un’operazione inutile se non controproducente. Il rischio, come è stato evidenziato nel corso di diversi convegni sul tema, è quello di restituire alla società giovani ancora più arrabbiati e segnati da uno stigma che li allontana anziché recuperarli. La vicenda di Trescore ne è la prova lampante: un ragazzino di tredici anni, non imputabile, si troverà ora davanti a un percorso in comunità. Ma il vero nodo, quello preventivo, rimane irrisolto. Per Lancini, l’errore di fondo è considerare l’adolescente come un soggetto da normare e controllare, dimenticando che oggi, senza una relazione autentica, non solo non c’è apprendimento, ma non c’è nemmeno possibilità di contenere il malessere.

La maschera della “vendetta” e l’inettitudine collettiva

Cosa spinge un tredicenne a presentarsi a scuola con un coltello seghettato e una pistola scacciacani, dopo aver scelto con cura una maglietta con la parola “vendetta” stampata sopra? I primi accertamenti parlano di un risentimento covato forse dopo un rimprovero, forse per una lite in cui la professoressa aveva preso le parti di un altro studente. Dettagli che, per quanto inquietanti, rischiano di ridurre un fenomeno complesso a una movente individuale. La cronaca di questi anni, invece, ci restituisce il quadro di una generazione che cresce in un “clima di paura generalizzata” e di incertezza, dove la violenza, come osserva Lancini, viene spesso identificata con un’idea distorta di affermazione di sé, un modo per diventare “forti” agli occhi del gruppo dei pari. Il fatto che il ragazzo abbia filmato l’aggressione e l’abbia trasmessa su Telegram non è un dettaglio secondario: è la conferma di una società pornografizzata, dove anche l’atto più estremo e privato diventa spettacolo, un contenuto da condividere per acquisire visibilità. Un grido d’allarme silenzioso, quello dei giovani, che per anni è stato soffocato dall’ansia prestazionale degli adulti e che ora esplode in forme che faticano a trovare un canale di ascolto.

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