Il bambino, la filastrocca dei marchi e l’addio al grande emporio di corso Vercelli
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Redazione Economia
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C’era una volta un bambino che, percorrendo corso Vercelli con il genitore, declamava i nomi dei negozi come fossero tabelline: Zara, Swarovski, Ovs, Calzedonia. Poi, alla domanda su quale fosse il più grande di tutti, un attimo di esitazione, un incespicare tra un brand e l’altro, e infine l’illuminazione: «Coin!». Quella scena, così quotidiana e genuina, raccontava meglio di qualsiasi analisi il ruolo di pilastro urbano ricoperto per due decenni dal grande magazzino di Mestre, le sue quindici vetrine e i sei piani che torreggiavano sul quartiere. Quella filastrocca, però, i bambini e i residenti della zona dovranno presto impararla a memoria di nuovo, perché il 31 luglio la scure della chiusura calerà sulla boutique, togliendo non solo un simbolo riconoscibile al quartiere, ma anche il lavoro a 28 dipendenti. La decisione, che arriva nonostante gli impegni presi dopo la ristrutturazione del debito e l’aumento di capitale dello scorso anno, si inserisce in un programma ben più ampio di dismissioni che il gruppo ha comunicato ai sindacati nel corso di un recente incontro a Bologna, gettando nello sconforto non solo la piazza milanese ma anche quelle di Verona e Roma -5.
Una scure che non risparmia il cuore di Verona e Roma
Se a Milano si chiude un capitolo lungo vent’anni, a Verona si spegne una storia iniziata oltre sessant’anni fa in via Cappello, dove il negozio, rilanciato a novembre del 2023 con il format Excelsior dopo una profonda riqualificazione che aveva richiesto investimenti e accordi con il Comune per la gestione del loggiato storico, non ce l’ha fatta a reggere l’urto della crisi. Sono circa quaranta le lavoratrici e i lavoratori che rimarranno senza occupazione nel veronese, persone con un’anzianità aziendale media piuttosto elevata e quindi, come sottolineano le cronache locali, difficilmente ricollocabili in un mercato del lavoro che per certe fasce d’età si dimostra spesso spietato -7. E se il caso di Verona colpisce per la recente scommessa imprenditoriale fallita, quello di Roma, in viale Cola di Rienzo, porta con sé il peso di una scadenza ancora più ravvicinata: il 4 aprile lo storico store della capitale abbasserà le saracinesche, primo di una serie che sembra innescata da veri e propri sfratti esecutivi, come riferiscono fonti sindacali, piuttosto che da una semplice scelta strategica di razionalizzazione della rete -10.
I numeri di una crisi che sembrava alle spalle
Il quadro che emerge dai dati illustrati dalla direzione aziendale è, per usare un aggettivo caro ai rappresentanti dei lavoratori, «fortemente critico» e rimette in discussione quel piano di risanamento che solo pochi mesi fa era stato accolto con un cauto ottimismo. Nonostante l’aumento di capitale da 33 milioni di euro del settembre 2025, un’operazione che aveva visto la partecipazione anche di Invitalia, l’agenzia del ministero dell’Economia, i conti non tornano. Le vendite del 2025 sono state inferiori a quelle del 2024, e il calo degli ingressi nei punti vendita non è stato arginato né dai nuovi layout né dai concept rinnovati che avrebbero dovuto attrarre una clientela diversa, più giovane e moderna -2. La perdita a livello di margine operativo lordo, spiegano i sindacati dopo l’incontro del 18 febbraio, si attesta attorno ai 35 milioni di euro, una voragine che dimostra come la gestione continui a bruciare risorse senza che le strategie fin qui adottate abbiano sortito l’effetto sperato -3.
Una proprietà che cambia e investimenti da dieci milioni
Parallelamente alla chiusura dei tre negozi storici, legata in alcuni casi a sfratti esecutivi che lasciano poco spazio alla trattativa, l’azienda ha prospettato l’attivazione di ammortizzatori sociali o strumenti di flessibilità anche per altre sedi, tra cui Cinecittà e San Giovanni a Roma, Mestre e Firenze. Nel capoluogo toscano e in quello veneto, in particolare, si parla di una riduzione delle superfici di vendita, con conseguente calo del personale stimato attorno al trenta per cento. Il gruppo, dal canto suo, ha dichiarato di voler investire almeno dieci milioni di euro in un piano di riqualificazione e ottimizzazione della rete, studiando al contempo nuove partnership commerciali che possano rafforzare il posizionamento del marchio. Per quanto riguarda lo stabile di corso Vercelli a Milano, la partita era già segnata sul piano immobiliare: l’edificio, circa cinquemila metri quadrati, era stato acquisito nel maggio del 2025 per 33 milioni di euro da Maghen Capital, società specializzata in riqualificazioni di fascia alta che aveva già in mente una conversione dell’immobile a uso residenziale, con appartamenti dotati di terrazze e servizi di lusso, lasciando solo una piccola porzione a eventuali vetrine commerciali -5.
La mobilitazione sindacale e il tavolo al Mimit
Di fronte a questo scenario, i sindacati di categoria Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs hanno proclamato lo stato di agitazione in tutte le sedi Coin d'Italia, chiedendo con urgenza la convocazione di un nuovo tavolo di confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy. L’obiettivo, spiegano le organizzazioni, è fare piena chiarezza sulla reale tenuta del piano industriale e mettere al centro la salvaguardia occupazionale, evitando che il peso della crisi ricada interamente su lavoratrici e lavoratori che hanno in media oltre vent’anni di anzianità aziendale. La vertenza, che coinvolge complessivamente 1.330 dipendenti di cui 1.217 nei negozi, si preannuncia complessa, e l’azienda, in una nota, assicura di voler utilizzare tutti gli strumenti per gestire questa fase con responsabilità, attivando ammortizzatori sociali per mantenere il pieno livello d'impiego e senza ricorrere a licenziamenti collettivi, almeno per ora, a tutela degli oltre mille lavoratori della rete di vendita. Una promessa, quella di evitare i licenziamenti, che nei prossimi mesi dovrà confrontarsi con la cruda realtà di tre punti vendita che chiudono e di superfici commerciali che si riducono, portando con sé un carico di incertezza che per molte famiglie è già diventato, loro malgrado, una quotidianità.




