Il bimbo di corso Vercelli che recitava i nomi dei negozi dovrà imparare una nuova filastrocca: lo storico Coin chiude il 31 luglio, al suo posto residenze di lusso

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Redazione Economia Redazione Economia   -   C’era una volta, e forse c’è ancora per poco, un bambino che passeggiando per corso Vercelli a Milano declamava i marchi come fossero tabelline. “Zara, Swarovski, Ovs, Calzedonia…” scandiva, sicuro, salvo poi incespicare quando il genitore gli chiedeva il nome di quello più grande, quello con le quindici vetrine e i sei piani che torreggiavano su tutti gli altri. Poi, l’illuminazione: “Coin!”. Una scena di vita quotidiana che racconta meglio di qualsiasi analisi sociologica cosa rappresenti quel grande magazzino per il quartiere e per la città, un’istituzione dello shopping milanese che di lì a poco, il 31 luglio del 2026, abbasserà definitivamente le saracinesche -1-4. Il gruppo di Mestre, infatti, ha comunicato alle organizzazioni sindacali durante l’incontro del 18 febbraio un piano di chiusure che segna una battuta d’arresto pesantissima per il marchio, con il punto vendita di corso Vercelli che condivide la stessa sorte di un altro store storico, quello di via Cappello a Verona, e di via Cola di Rienzo a Roma, quest’ultimo con chiusura anticipata al 4 aprile -1.

I numeri di una crisi che non risparmia i gioielli di famiglia

I dati illustrati dalla direzione aziendale ai sindacati, tra cui Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, dipingono un quadro fortemente critico che mette in discussione la tenuta del piano di risanamento varato appena lo scorso anno; nonostante l’aumento di capitale del settembre 2025, che avrebbe dovuto rilanciare definitivamente l’attività, le vendite del 2025 sono risultate inferiori a quelle del 2024, con un drastico calo degli ingressi nei punti vendita che i nuovi layout non sono riusciti a compensare -1. La società ha chiuso l’ultimo esercizio con una perdita a livello di margine operativo lordo pari a 35 milioni di euro, una gestione che continua a bruciare risorse e che ha portato alla decisione di interrompere l’attività in tre punti vendita considerati simbolici, ma evidentemente non più sostenibili dal punto di vista economico, con Verona che perde quel Coin Excelsior, 3.700 metri quadrati in via Cappello, su cui solo tre anni fa si era investito parecchio per la riqualificazione e che era stato riaperto a novembre con grandi aspettative -2. Ora quei quaranta dipendenti veronesi, insieme ai ventotto di Milano e ai colleghi romani, si trovano di fronte a un futuro incerto, con l’azienda che parla di perdite strutturalmente rilevanti abbinate alla necessità di importanti interventi di riqualificazione non compatibili con il percorso di risanamento, una spiegazione che però non convince i sindacati, i quali sottolineano come si tratti di lavoratori con un’anzianità aziendale media che supera i vent’anni -6-7.

L’operazione immobiliare che cambia il volto di corso Vercelli

Se la crisi del gruppo è la causa scatenante, la trasformazione dello stabile di corso Vercelli 30-32 segue un percorso già tracciato sul piano immobiliare che prescinde dalle sorti commerciali del marchio: nel maggio del 2025 l’edificio, circa 5.000 metri quadrati distribuiti su sei piani più un interrato, era stato acquisito per 33 milioni di euro da Maghen Capital, società specializzata in riqualificazioni di fascia alta, che aveva già in mente un progetto di riconversione radicale dell’immobile -4. Il fondo, indipendentemente dalle difficoltà di Coin che operava in affitto, aveva pianificato una trasformazione prevalentemente residenziale, con appartamenti dotati di terrazze, servizi dedicati, parcheggi interrati e spazi comuni esclusivi, un intervento che si inserisce nel segmento delle cosiddette “esperienze abitative” di lusso e che prevede, forse, il mantenimento di qualche vetrina commerciale su strada, ma che stravolgerà la fisionomia di un edificio che per decenni è stato un punto di riferimento nello shopping milanese -4.

La vertenza si sposta al Ministero

I sindacati, al termine dell’incontro di Bologna del 18 febbraio, hanno chiesto con urgenza l’apertura di un nuovo tavolo di confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, presieduto da Adolfo Urso, sottolineando come non si possa parlare di rilancio mentre si chiudono negozi storici e si rischia di scaricare il peso della crisi proprio su chi quel marchio lo ha fatto crescere negli anni -1. La preoccupazione, oltre che per i tre punti vendita destinati alla chiusura definitiva, si estende anche ad altre sedi come Cinecittà e San Giovanni a Roma, Mestre e Firenze, dove l’azienda ha prospettato l’attivazione di ammortizzatori sociali o strumenti di flessibilità per gestire il calo di redditività, mentre a Verona il senatore Matteo Gelmetti, vicino al ministro, ha già dichiarato che per il negozio di via Cappello, presente in città da oltre sessant’anni, debba essere esplorata fino in fondo ogni possibile soluzione alternativa alla chiusura, nonostante la proprietà dell’immobile faccia capo a una società lussemburghese e i rapporti con Coin, regolati da un contratto d’affitto che scadrebbe nel 2034, si siano complicati dopo i lavori di ristrutturazione del 2023 -6.

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