Coin annuncia la chiusura del punto vendita Excelsior di Verona e un ridimensionamento a Mestre, i sindacati chiedono un nuovo tavolo al Mimit

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La nuova proprietà del gruppo Coin, quella cordata che solo lo scorso settembre, forte di una ricapitalizzazione da 33 milioni di euro e dell’omologa del piano di ristrutturazione del debito da parte del tribunale di Venezia, sembrava aver chiuso la fase più acuta della crisi, ha presentato ai sindacati un piano di ulteriori tagli che investe pesantemente il Veneto. Durante un incontro tenutosi a Bologna, la direzione aziendale ha ufficializzato l’intenzione di procedere con la chiusura di tre punti vendita in Italia, e tra questi, con una data già fissata al 31 luglio, figura lo storico Coin Excelsior di Verona, quei 3.700 metri quadrati di via Cappello che erano stati oggetto di un importante intervento di riqualificazione e riaperti con grandi aspettative poco più di tre anni fa. Per i quaranta dipendenti di quel negozio si profila all’orizzonte il ricorso alla cassa integrazione, una prospettiva che si aggiunge alle preoccupazioni per la ridefinizione degli spazi in altri store, a cominciare da quello all’interno del centro commerciale Ca’ Mestre.

Riduzione degli spazi e esuberi nel mestrino, una vertenza che si allarga

Non solo chiusure, dunque, perché il progetto di risanamento, per usare la terminologia aziendale, passa anche da una consistente riduzione delle superfici di vendita. Nel punto vendita di Mestre, situato nel centro commerciale Ca’ Mestre, l’azienda ha comunicato l’intenzione di tagliare circa mille metri quadrati di superficie, una manovra che, come conseguenza diretta, comporterebbe una riduzione del personale stimata intorno al trenta per cento. Se a questo si aggiungono i dieci o tredici addetti di Mestre che rischiano l’esubero, il conto totale in Veneto supera agevolmente le cinquanta unità, andando a colpire lavoratori con alle spalle anche trent’anni di carriera alle dipendenze del gruppo. La situazione, già di per sé complessa, si inserisce in un quadro nazionale che vede sul piatto anche la chiusura di altri due negozi storici, quello di Milano in corso Vercelli e quello di Roma in via Cola di Rienzo, con tempistiche diverse ma con la stessa, identica, ombra della disoccupazione.

Perdite milionarie e un piano di risanamento già in difficoltà

I numeri snocciolati dalla dirigenza per giustificare queste scelte delineano uno stato di salute economica ancora drammatico. Nell’ultimo esercizio, il 2025, le vendite sono rimaste al di sotto persino di quelle, già non esaltanti, dell’anno precedente, con un calo drastico degli ingressi nei negozi che i nuovi layout e concept, su cui si era investito, non sono riusciti in alcun modo a invertire. La perdita a livello di margine operativo lordo si attesterebbe attorno ai 35 milioni di euro, una cifra che, tradotta, significa circa un milione e mezzo di rosso per ogni singolo punto vendita. Una situazione che, oggettivamente, rimette in discussione la tenuta del piano di rilancio varato appena un anno fa, quello stesso piano che aveva portato a settembre l’amministratore delegato Matteo Cosmi a ospitare il ministro delle Imprese Adolfo Urso proprio nel megastore di Mestre per celebrare la fine del “risanamento formale”. L’azienda, da parte sua, parla di interventi limitati ai punti vendita con perdite strutturalmente rilevanti o impattati da fattori esterni indipendenti dalla propria volontà, e ribadisce l’intenzione di voler gestire la fase con responsabilità, attivando gli ammortizzatori sociali e dichiarando di voler mantenere il pieno livello d’impiego senza ricorrere a licenziamenti collettivi. Una promessa, quest’ultima, che si scontra con la realtà di oltre cinquanta lavoratori veneti, per lo più con alte anzianità e difficilmente ricollocabili, che si trovano ora in una zona grigia fatta di incertezza.

La richiesta di un intervento ministeriale per fare chiarezza

Di fronte a questo scenario, le reazioni dei rappresentanti dei lavoratori non si sono fatte attendere, e anzi, hanno assunto i toni dell’allarme. Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs, al termine dell’incontro con la direzione, hanno sollecitato con urgenza la convocazione di un nuovo tavolo di confronto al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, il Mimit. La richiesta, formulata in maniera unitaria, punta a ottenere piena trasparenza sulla reale solidità del piano industriale, perché appare a dir poco incompatibile, secondo i sindacati, parlare di rilancio mentre si chiudono negozi storici e si addossa il peso della crisi sulle spalle di chi quei negozi li ha fatti funzionare per decenni. La sensazione, condivisa da più parti, è che dietro l’ennesima ristrutturazione si celi una progressiva ritirata strategica del marchio da alcune piazze, un’ipotesi che rende indispensabile un confronto istituzionale che vada oltre le rassicurazioni di facciata e metta al centro la salvaguardia occupazionale, l’unica variabile che, in questa complessa equazione, sembra essere stata per ora accantonata.

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