Meloni e la sfida dei dazi Trump: l’Italia prova a mediare, ma l’Ue prepara le contromisure
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Redazione Interno
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L’annuncio dei dazi doganali al 30% imposti dall’amministrazione Trump ha lasciato poco spazio alla diplomazia, colpendo in modo particolare le esportazioni italiane, già alle prese con un mercato instabile. Secondo le stime dell’Ufficio studi della Cgia, l’impatto potrebbe superare i 35 miliardi di euro l’anno, un dato che non tiene conto degli effetti collaterali, come l’apprezzamento dell’euro e l’aumento del costo delle materie prime. La reazione del governo Meloni, almeno nelle dichiarazioni ufficiali, è stata misurata: «L’Europa ha la forza per far valere le proprie ragioni», ha detto la premier, sottolineando che l’Italia «farà la sua parte». Un tono prudente, lontano dalle polemiche, che riflette la complessità di un negoziato in cui Bruxelles gioca una partita a scacchi, pronta a cercare un’intesa ma anche a preparare ritorsioni.
La strategia dell’Unione europea sembra ispirarsi al modello inglese, che in passato ha evitato lo scontro frontale con Washington puntando su accordi settoriali. Ma mentre la Commissione lavora per trovare una mediazione, l’opposizione italiana accusa Meloni di eccessiva acquiescenza. «Sta facendo prendere a schiaffi l’Italia», ha attaccato Chiara Appendino del Movimento 5 Stelle, secondo cui il governo avrebbe «obbedito a tutti gli ordini di Trump, dai dazi alle armi, dal gas alle tasse sui colossi del web». Critiche che, però, non tengono conto del fatto che l’esecutivo, in questa fase, ha margini di manovra limitati.
Quello che è certo è che la posta in gioco è alta. Le tariffe americane rischiano di innescare una spirale di ritorsioni, con conseguenze imprevedibili per un’economia come quella italiana, che dipende in larga parte dalle esportazioni. Se l’Ue dovesse decidere per contromisure, come sembra probabile, il rischio è che la guerra commerciale si trasformi in un boomerang, penalizzando soprattutto le piccole e medie imprese. Intanto, il silenzio di Meloni – spesso oggetto di polemiche – potrebbe rivelarsi una scelta obbligata, dettata dalla necessità di evitare escalation verbali mentre i tecnici lavorano per ridurre i danni.




