Timothée Chalamet e quelle parole su opera e balletto che hanno scatenato l’ironia di Jon Stewart

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   C’è un passaggio, nel percorso di un attore, in cui la sicurezza nel proprio mestiere può trasformarsi in un boomerang mediatico, e Timothée Chalamet, da enfant prodige di Hollywood consacrato dai riflettori degli Oscar, sembra averlo sperimentato proprio nelle scorse ore, quando una sua riflessione sul futuro del cinema — e per estensione sulle arti performative — ha innescato una reazione a catena che dal web è rapidamente approdata sui palchi dei teatri e nei monologhi satirici americani. La scintilla, come spesso accade in questi casi, è nata da un’autocelebrazione: nel sostenere la qualità della propria interpretazione, definita “top di gamma” e frutto di anni di disciplina e impegno, l’attore ha paragonato il presunto declino delle sale cinematografiche a quello di forme d’arte come l’opera e il balletto, lasciando intendere, con una frase che è suonata quantomeno tranchant, che “nessuno se ne importa più” di queste discipline.

Una dichiarazione, questa, che non è passata inosservata e che ha sollevato un polverone, perché se da un lato la vanità degli attori è pane quotidiano per i tabloid, dall’altro l’accostamento a generi artistici secolari è parso a molti una semplificazione eccessiva, se non una vera e propria mancanza di rispetto. A raccogliere il testimone della polemica ci ha pensato, con la consueta verve, Jon Stewart, il quale, tornato alla guida del Daily Show, ha dedicato alla vicenda un segmento satirico dal Titolo inequivocabile: “L’Opera e il balletto hanno sconfitto Timothée Chalamet”. La comicità di Stewart, si sa, non si limita mai alla battuta fine a se stessa, e in questo caso ha funzionato da cassa di risonanza per la risposta, elegante ma durissima, che il mondo della danza e della lirica ha voluto opporre alle parole della star.

Il critico musicale Andrea Ottonello, intervenuto nel programma Voi che sapete, ha offerto una chiave di lettura che in molti hanno condiviso: «Non vorrei dire che è scemo, però ha detto una cosa da scemo», ha commentato, pur ribadendo la propria stima per l’attore, ponendo l’accento su un paradosso non da poco. Ottonello si è chiesto se Chalamet fosse consapevole che nella sua stessa città, New York, al Metropolitan Opera House si continuano a rappresentare con successo le messinscene di Franco Zeffirelli realizzate sessant’anni fa, un dettaglio che testimonia la vitalità di un genere che l’attore dava per moribondo. E la comunità artistica, lungi dal rimanere in silenzio, ha risposto compatta: compagnie di balletto e teatri d’opera hanno utilizzato i social network per ribattere punto su punto, trasformando quella che poteva essere una semplice uscita infelice in un caso culturale virale.

La questione, al di là della rissa mediatica, solleva un interrogativo più profondo sul rapporto tra nuove generazioni di celebrità e istituzioni culturali classiche. Chalamet, che ha costruito la sua carriera su ruoli intensi e spesso malinconici, sembra aver inciampato in una di quelle generalizzazioni che, nel tentativo di rivendicare l’importanza del proprio lavoro, finiscono per minimizzare quello altrui. Nel teatro mediatico contemporaneo, dove ogni frase viene dissezionata e amplificata, la sua riflessione sul cinema in sala — tema peraltro spinoso e dibattuto — si è intrecciata pericolosamente con una visione riduttiva di mondi artistici che, al contrario, continuano a resistere e a innovare, forti di un pubblico di appassionati che di “darlo per scontato” non ha la minima intenzione.

La replica dagli artisti e il boomerang social

Se la satira di Stewart ha acceso i riflettori, la vera forza della controffensiva è arrivata dai diretti interessati, da quelle compagnie e quei ballerini che ogni sera calcano i palcoscenici dei teatri lirici e dei templi della danza. La replica, veicolata dai profili ufficiali di istituzioni prestigiose, non è stata quella di una polemica astiosa, bensì una dimostrazione pratica di vitalità: video di prove, sold out, estratti di performance acclamate dal pubblico hanno invaso i feed, trasformando l’hashtag di risposta in un inno alla resistenza culturale. Particolarmente significativa è apparsa la presenza di figure del calibro di Misty Copeland, étoile dell'American Ballet Theatre, la cui semplice partecipazione agli eventi glamour di Hollywood, come la notte degli Oscar, ha simbolicamente ribadito che il confine tra cultura “alta” e intrattenimento popolare è molto più labile di quanto si possa pensare, e che anzi, spesso si incontrano proprio sotto i riflettori.

New York e la tradizione che resiste

Il paradosso, per certi versi, sta tutto nella geografia. Che un attore cresciuto a New York, città che respira arte da ogni poro, possa liquidare l’opera e il balletto come relitti del passato suona quasi come un parricidio simbolico. A pochi isolati di distanza dalle sale cinematografiche dove Chalamet ha trionfato, il Lincoln Center continua a registrare il tutto esaurito, e non solo per il pubblico della terza età: le nuove generazioni scoprono il melodramma attraverso regie contemporanee e iniziative di avvicinamento che nulla hanno a che vedere con la polvere dei musei. La longevità delle produzioni di Zeffirelli, citata da Ottonello, non è sintomo di stanchezza, ma al contrario la prova che un’opera d’arte, se ben realizzata, può attraversare i decenni rimanendo viva e capace di emozionare, una longevità che il cinema, con i suoi ritmi frenetici, forse invidia.

Il confine sottile tra autostima e arroganza

Resta sullo sfondo la questione sollevata dallo stesso Chalamet, quella della qualità del proprio lavoro e della fatica che comporta mantenere standard elevati. È lecito, per un artista, rivendicare la propria eccellenza, ma il rischio, quando lo si fa paragonandosi ad altri mondi artistici in termini di obsolescenza, è quello di scivolare in un autolesionismo mediatico. La disciplina e l’etica del lavoro che lui stesso invoca per il cinema, dopotutto, sono le stesse che muovono un ballerino o un cantante lirico, figure che difficilmente si sentirebbero di decretare la morte della settima arte. La lezione che arriva da questa vicenda, al di là delle ironie e dei commenti trancianti, è forse questa: nel vasto ecosistema della cultura, decretare la fine di qualcosa è sempre un’operazione rischiosa, perché dall’altra parte c’è sempre qualcuno pronto a dimostrare che l’arte, quella vera, non muore mai.

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