L'Oscar 2026, Michael B. Jordan batte Chalamet e lo spettro delle sue parole su opera e balletto

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   La notte del Dolby Theatre, quella che avrebbe dovuto consacrare Timothée Chalamet come il nuovo predestinato di Hollywood, si è trasformata in un repentino ribaltone che pochi avevano messo in conto, e l’attore, nonostante il tappeto rosso attraversato in solitaria come ormai sua abitudine con Kylie Jenner – che poi lo ha raggiunto in sala – è rimasto a guardare mentre il premio più ambito prendeva una direzione inaspettata. Il verdetto, giunto al culmine di una cerimonia che ha visto il trionfo di Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson come miglior film, ha premiato Michael B. Jordan per la sua doppia interpretazione in Sinners - I Peccatori, un’opera che ha saputo ritagliarsi uno spazio fondamentale in una stagione dominata dal film di Anderson, il quale, peraltro, si è portato a casa sei statuette, comprese quelle per la regia e la sceneggiatura non originale. La sconfitta di Chalamet, però, non è passata inosservata, e anzi, ha aperto un fronte di discussione che va oltre la mera performance attoriale, gettando un’ombra sulla sua corsa che per settimane l’aveva visto issato sui gradini più alti dei pronostici.

Se è vero che Michael B. Jordan ha dovuto vedersela con una concorrenza agguerrita, che annoverava nomi del calibro di Leonardo DiCaprio, Wagner Moura ed Ethan Hawke, la sensazione diffusa tra gli addetti ai lavori è che per Chalamet lo scivolone sia arrivato nel momento meno opportuno. L’attore, reduce dal Golden Globe vinto come miglior attore in un film commedia o musicale proprio per Marty Supreme, il film dei fratelli Safdie che lo vede interprete del campione di ping pong Marty Reisman, sembrava destinato a completare il suo percorso di ascesa professionale, ma una dichiarazione rilasciata nelle settimane antecedenti alla notte degli Oscar potrebbe avergli giocato un brutto scherzo, minando quella credibilità che l’Academy richiede a chi ambisce a sedere tra i grandi. Le sue parole, che definivano l’opera e il balletto come forme d’arte “a cui nessuno importa più niente”, hanno suscitato un coro di critiche tanto veemente quanto trasversale, sollevando un polverone che forse ha influenzato i voti finali, orientando la scelta verso un profilo meno controverso e più solido come quello di Jordan.

La forza di Sinners e il peso delle parole nella corsa all’Oscar

Mentre Chalamet incassava le critiche per quella che molti hanno interpretato come una caduta di stile, Michael B. Jordan raccoglieva consensi per il suo lavoro in Sinners, film che, nonostante le sedici candidature, non ha rubato la scena a Una battaglia dopo l’altra solo per la qualità tecnica, che pure gli ha fruttato premi per la colonna sonora di Ludwig Göransson e la fotografia di Autumn Durald Arkapaw – prima donna a vincere in questa categoria – ma per la capacità di tenere insieme un racconto potente con una prova d’attore doppia, nei panni dei gemelli Smoke e Stark. Jordan, che ha dedicato il premio agli attori afroamericani che lo hanno preceduto, ha rappresentato una scelta istituzionale forte, capace di incarnare quella narrazione di riscatto e professionalità che l’Academy predilige, e lo ha fatto in un contesto, quello della cerimonia condotta da Conan O’Brien, dove la politica e le polemiche sono state tenute ai margini, salvo rare eccezioni come l’appello di Javier Bardem per la Palestina.

La sconfitta di Chalamet, dunque, assume i contorni di un caso che va studiato con attenzione, perché raramente una battuta infelice, per quanto sciagurata, riesce da sola a ribaltare i pronostici di una vigilia. È probabile che a pesare sia stato un insieme di fattori, tra cui la forza trainante di Sinners e la narrazione più tradizionale che ha accompagnato Jordan in questa stagione dei premi, ma è innegabile che le sue parole su opera e balletto – forme d’arte che proprio a Hollywood hanno una tradizione e un rispetto consolidati – possano aver infastidito una fetta consistente dell’elettorato, composto da professionisti che quelle forme d’arte le hanno celebrate e spesso finanziate. Chalamet, che aveva fatto dell’ambizione di essere annoverato tra i grandi di Hollywood un punto programmatico della sua carriera, si è visto così sfuggire il premio tra le dita, costretto ad assistere alla trionfale ascesa del suo diretto concorrente.

I duelli della notte e i trionfi annunciati

Mentre il confronto per il miglior attore monopolizzava l’attenzione, la serata scorrevia via con una liturgia ben collaudata, scandita dalla vittoria di Jessie Buckley come miglior attrice protagonista per Hamnet, riconoscimento ampiamente pronosticato e che conferma il talento dell’attrice irlandese, e da quella di Sean Penn come non protagonista per Una battaglia dopo l’altra, sebbene l’attore non fosse presente in sala, impegnato, secondo indiscrezioni, in una missione in Ucraina. KPop Demon Hunters si è aggiudicato due statuette, miglior film d’animazione e migliore canzone originale con Golden, mentre il premio per il miglior film internazionale è andato al norvegese Sentimental Value di Joachim Trier, in una categoria che vedeva in lizza anche il brasile L’Agente Segreto con Wagner Moura. La notte, insomma, ha distribuito riconoscimenti in modo relativamente prevedibile per molte categorie, riservando l’unica vera sorpresa, e di sostanza, al premio per il miglior attore, dove lo scontro tra due scuole di recitazione e due visioni di cinema si è risolto con un verdetto che lascia l’amaro in bocca a molti fan del giovane Chalamet.

Il film di Anderson, dal canto suo, ha incassato tutto ciò che c’era da incassare, portando a casa anche l’Oscar per il casting, categoria introdotta quest’anno per la prima volta, e confermando come la commedia drammatica sugli ex rivoluzionari, ispirata a Vineland di Thomas Pynchon, abbia intercettato lo spirito del tempo meglio di qualsiasi altro concorrente. Per Chalamet, invece, si apre una fase di riflessione obbligata, perché se è vero che la sua carriera è ancora lunga e costellata di successi, la lezione di questa notte degli Oscar 2026 è chiara: a Hollywood, a volte, le parole pesano più delle interpretazioni, e una battuta sbagliata può costare il sogno di una vita.

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