Stellantis, dal 2027 i diecimila impiegati torneranno in ufficio: lo smart working si avvia alla chiusura definitiva
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Redazione Economia
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L’onda lunga del lavoro agile, quella stessa flessibilità entrata in sordina durante l’emergenza sanitaria e poi cristallizzata in abitudine quotidiana per migliaia di colletti bianchi, si infrange contro la cinta muraria di Mirafiori. Stellantis, il gruppo nato quattro anni e mezzo or sono dall’integrazione tra Fiat e Peugeot, ha ufficializzato la roadmap che condurrà, nel corso del 2027, all’azzeramento totale del ricorso al lavoro da remoto per circa diecimila dipendenti impegnati nelle funzioni impiegatizie e tecniche -1-6. L’annuncio, veicolato dall’amministratore delegato Antonio Filosa nel corso degli ultimi confronti con le rappresentanze sindacali, sancisce il compimento di una traiettoria avviata già nei mesi scorsi oltreoceano – dove da marzo 2026 la presenza fisica per cinque giorni la settimana è già operativa – e che ora trova la sua trasposizione nel contesto italiano -5.
La decisione, lungi dal rappresentare una scelta improvvisa o meramente reattiva, era stata prefigurata dallo stesso presidente John Elkann in un videomessaggio diffuso ai lavoratori un anno fa; in quell’occasione, dopo aver illustrato conti in flessione e un bonus da seicento milioni di euro distribuito globalmente, Elkann aveva sottolineato come negli Stati Uniti si stesse già procedendo a una «revisione dell’equilibrio tra lavoro domestico e d’ufficio» per favorire una collaborazione più serrata -2-4. Parole che oggi si materializzano in una disposizione precisa: il 2026 fungerà da anno cuscinetto, con un tetto massimo di due giorni settimanali concessi al remote working, mentre il 2027 segnerà il ritorno alla scrivania occupata a tempo pieno -3-6. A Mirafiori, cuore pulsante dell’operazione, si parla di seimila impiegati direttamente coinvolti; a questi si aggiungono le altre sedi italiane, portando il contingente interessato a toccare la soglia dei diecimila -1-5.
La fronda della Fiom e il nodo della nuova palazzina
Sul versante sindacale il fronte si presenta tutt’altro che coeso. Se Fim Cisl mostra un atteggiamento dialogante, limitandosi a chiedere che vengano vagliate con attenzione le casistiche individuali legate a patologie o a gravose esigenze di cura, la Fiom Cgil ha invece azionato immediatamente la leva dello scontro -3-6. Samuele Lodi, responsabile del settore mobilità per la Cgil, ha parlato esplicitamente di una «penalizzazione» inflitta a lavoratrici e lavoratori che, nel corso degli ultimi anni, hanno ridisegnato i propri equilibri esistenziali proprio attorno alla possibilità di non raggiungere quotidianamente il luogo di lavoro -3. A far da contrappunto alle dichiarazioni pubbliche si aggiunge una criticità logistica di non poco momento: la nuova palazzina direzionale di Mirafiori, concepita per ospitare tra le sette e le ottomila persone, non è ancora stata completata, e Gianni Mannori, esponente Fiom dello stabilimento torinese, ha sollevato il dubbio concreto che gli spazi possano rivelarsi insufficienti, costringendo l’azienda a ripiegare su complesse rotazioni del personale -3.
Non si tratta, peraltro, di una vertenza isolata. Il rapporto tra il gruppo guidato da Elkann e la sigla guidata da Michele De Palma è storicamente accidentato: la Fiom è rimasta esclusa dalla firma del contratto collettivo specifico di gruppo anche nell’ultimo rinnovo biennale, e l’accordo siglato dalle altre sigle – Fim, Uilm, Fismic, Uglm e Quadri – non ha visto la partecipazione della Cgil metalmeccanica, in una dialettica che si trascina ormai da anni tra rivendicazioni salariali e dissidi sui modelli di relazioni industriali -7-10. La decisione sullo smart working, quindi, si innesta in un terreno già minato, dove la distanza tra le parti non è soltanto contingente ma strutturale.
Il contesto globale e la scelta di Filosa
Antonio Filosa, che Elkann ha voluto alla guida del gruppo definendolo «empatico e capace di costruire macchine che piacciono», conosce bene le dinamiche del ritorno alla presenza -9. Prima di assumere la carica di amministratore delegato, Filosa aveva diretto le operazioni nordamericane di Stellantis, ed è in quel contesto che aveva già cominciato a ridimensionare il lavoro da remoto, anticipando di fatto quella che oggi diventa politica globale -1. La scelta del gruppo automobilistico si allinea, del resto, a una tendenza trasversale che ha visto colossi come Amazon, OpenAI e JP Morgan Chase invertire la rotta rispetto agli anni della pandemia, privilegiando la concentrazione fisica dei team come strumento per accelerare i processi decisionali e rinsaldare la cosiddetta cultura d’impresa -3-5.
Quel che accade dentro i cancelli di Stellantis, insomma, non è un’eccezione italiana ma il riflesso di una mutazione più ampia che attraversa l’economia nordamericana e ora si riversa sull’Europa. Resta da verificare se la transizione programmata – graduale sulla carta, perentoria nella sostanza – riuscirà ad assorbire gli attriti sindacali senza lasciare strascichi, e se i diecimila lavoratori chiamati a riprendere il vecchio abbonamento al treno o la consuetudine con il traffico torinese riusciranno a riconoscersi in questa nuova, obbligata prossimità.




