Sea Watch 5 ferma a Napoli, Saving Humans contesta il governo
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Redazione Interno
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La Sea Watch 5 resta ferma nel porto di Napoli per 45 giorni dopo il salvataggio di sei persone e il ritrovamento di otto cadaveri nel Mediterraneo centrale, mentre Mediterranea Saving Humans contesta le misure adottate e le richieste rivolte alle organizzazioni impegnate nei soccorsi in mare. Il presidio di protesta e solidarietà si è svolto davanti al palazzo dell’Autorità portuale, al Varco Pisacane, dove la nave della ong tedesca è sottoposta a fermo amministrativo. Al centro della mobilitazione ci sono il provvedimento nei confronti della Sea Watch 5, la multa da 7.500 euro e le accuse formulate dalle organizzazioni presenti, che rivendicano la legittimità delle attività di salvataggio svolte nel Mediterraneo.
Sea Watch 5, il presidio al porto di Napoli dopo il fermo
La protesta è stata promossa da Mediterranea Saving Humans dopo che la Sea Watch 5 è stata trattenuta nello scalo partenopeo. La nave era arrivata a Napoli dopo aver fatto scendere i migranti soccorsi in mare, metà dei quali minori. Un portavoce dell’equipaggio ha ricordato che l’intervento aveva portato al salvataggio di sei persone e al ritrovamento di otto cadaveri, sottolineando che ora l’imbarcazione è bloccata per 45 giorni. Alla misura si aggiunge una sanzione da 7.500 euro. Sea Watch contesta apertamente il provvedimento e sostiene che il soccorso in mare costituisca un’attività legale e umana, respingendo quindi l’idea che possa essere trattato come un comportamento criminale.
Nel corso del presidio è intervenuta anche Laura Marmorale, presidente di Mediterranea Saving Humans, che ha concentrato l’attenzione sulle richieste di coordinamento durante le operazioni di soccorso. Marmorale ha spiegato che, secondo l’organizzazione, non sarebbe possibile coordinarsi con soggetti che, nella valutazione espressa durante la protesta, opererebbero catture, respingimenti e in alcuni casi anche affondamenti delle imbarcazioni in difficoltà. La presidente di Mediterranea ha collegato questa posizione al rispetto del diritto internazionale, definito come riferimento centrale per la tutela dei diritti umani. Da qui nasce anche la preoccupazione espressa da Saving Humans per quelle che vengono indicate come leggi “ad navem” e per le accuse rivolte dal governo alle organizzazioni impegnate nel Mediterraneo.
La minaccia alla Aurora durante la missione in acque internazionali
Nel quadro delle tensioni descritte da Sea Watch rientra anche quanto accaduto il 22 agosto alla Aurora, un’altra imbarcazione della ong tedesca impegnata in una missione di monitoraggio. Secondo il racconto dell’organizzazione, mentre la barca a vela operava in acque internazionali e aveva raggiunto un’imbarcazione in difficoltà, l’equipaggio si sarebbe sentito rivolgere una minaccia da una motovedetta della guardia costiera libica. Il messaggio riferito da Sea Watch intimava alla Aurora di non avvicinarsi e conteneva la minaccia di aprire il fuoco. Sul posto, sempre secondo la ricostruzione fornita, era già presente un’altra imbarcazione libica che stava prendendo a bordo le persone trovate in mare.
L’episodio della Aurora viene richiamato mentre a Napoli resta aperto il confronto sul fermo della Sea Watch 5 e sulle modalità con cui le ong possono operare durante le attività di soccorso e monitoraggio. Mediterranea Saving Humans pone in particolare il problema del coordinamento con la guardia costiera libica, sostenendo che una simile richiesta sia incompatibile con l’applicazione del diritto internazionale così come viene interpretato dall’organizzazione. Sea Watch, dal canto suo, concentra la propria protesta sul trattamento riservato alla nave dopo l’operazione nel Mediterraneo centrale: sei persone salvate, otto corpi recuperati e un’imbarcazione trattenuta nel porto di Napoli. Il presidio al Varco Pisacane ha quindi riunito nello stesso luogo la solidarietà all’equipaggio e la contestazione delle misure adottate dopo il soccorso.
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