I danni all'economia spaventano Putin, code ai distributori e grano caro: la Russia sotto pressione
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Redazione Esteri
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Mentre il conflitto con l'Ucraina si trascina ormai da mesi, e le sanzioni occidentali continuano a mordere il fianco dell'economia russa, il presidente Vladimir Putin si trova a dover fare i conti con una realtà ben più ostica delle sue previsioni iniziali. Le crepe nel sistema economico del Paese, un tempo oscurate dalla propaganda di Stato, si allargano giorno dopo giorno, manifestandosi in episodi di cronaca quotidiana che raccontano un disagio sempre più diffuso, non solo tra la popolazione ma anche negli strati più alti della società e, a quanto pare, nello stesso Cremlino.
La recente riunione del Consiglio per lo sviluppo strategico e i progetti nazionali, tenutasi il 19 agosto, ha offerto uno spaccato significativo di questo stato d'animo: il presidente russo, a quanto riportano le cronache, sarebbe apparso alla ricerca di una soluzione, una formula magica per invertire la rotta di un'economia che, nonostante gli sforzi, continua a scivolare verso il basso.
La carenza di grano e l'inflazione: la vita quotidiana dei russi
La pressione sul fronte interno è palpabile e si traduce in fenomeni che colpiscono la vita di milioni di cittadini. Le code ai distributori di benzina, che hanno cominciato a comparire in diverse regioni del Paese, sono forse l'immagine più emblematica di questa crisi, un simbolo tangibile delle difficoltà logistiche e delle strozzature nelle forniture. A questa si aggiunge la carenza di grano, un problema che rischia di avere ripercussioni pesantissime su una delle filiere produttive più importanti per la Russia, e l'inflazione galoppante che erode il potere d'acquisto delle famiglie.
In questo contesto di crescente difficoltà, la risposta delle istituzioni non si è fatta attendere, ma ha assunto i contorni di una narrazione che mescola il patriottismo più acceso a una singolare interpretazione della fede ortodossa. Mentre alcuni parlamentari propongono leggi per inasprire le sanzioni contro chiunque osi diffondere sui social le immagini delle interminabili code alle stazioni di servizio, l'elogio della resilienza del popolo russo diventa un imperativo categorico, quasi un dovere civico.
La strana omelia dei preti di Friazino: "La sofferenza è rispetto per il potere"
Ed è proprio in questo clima di attrito tra necessità e propaganda che emerge una vicenda tanto singolare quanto rivelatrice, giunta dalla cittadina di Friazino, alle porte di Mosca. Qui, in una chiesa ortodossa della periferia, i preti locali hanno scelto di dedicare l'omelia domenicale a un tema decisamente terreno e contingente: la mancanza di carburante. La loro interpretazione, tuttavia, ha sorpreso molti, trasformando una seccatura quotidiana in una questione di fede e morale.
Secondo quanto riportato, il messaggio lanciato dal pulpito è stato che chi si lamenta della carenza di benzina è, a tutti gli effetti, «povero di spirito». La motivazione addotta è che la religione ortodossa, nella sua accezione più contemporanea e allineata al potere, prevede «la sofferenza come forma di rispetto per il potere laico».
Una dottrina che, se da un lato legittima le difficoltà del momento come una prova da superare con dignità, dall'altro rivela con una chiarezza disarmante la stretta simbiosi che si è venuta a creare tra la Chiesa e lo Stato nel corso del conflitto, un'unione che, nel momento del bisogno, pare voler fare la forza a tutti i costi.
Putin a Berlino nel 2001: il discorso che oggi sembra un lontano ricordo
La parabola dell'odierna Russia appare ancora più drammatica se si getta lo sguardo indietro di un quarto di secolo, a un episodio che oggi sembra appartenere a un'era geologica. Era il 25 settembre del 2001 quando Vladimir Putin, rivolgendosi al Bundestag a Berlino, pronunciò un discorso che avrebbe dovuto segnare l'inizio di una nuova epoca di collaborazione. «La Russia è una nazione europea amica... Una stabile pace per il continente è una meta fondamentale per la nostra nazione... I diritti e le libertà democratiche sono la chiave della nostra politica interna...
», disse il presidente di allora, parlando in un perfetto tedesco, la lingua di Goethe e Schiller, che aveva imparato durante gli anni da funzionario del Kgb a Dresda. Quelle parole, cariche di promesse di apertura e di un futuro condiviso, risuonano oggi come un macabro scherzo del destino, un sogno infranto dal fragore dei carri armati e dalla logica spietata della guerra.
Il leader che chiedeva un'Europa unita e pacifica è lo stesso che oggi cerca disperatamente di tamponare le falle di un'economia in affanno, mentre i cittadini russi fanno la fila per un po' di benzina e i preti di periferia trasformano la penuria in una virtù spirituale.
Gli oligarchi si svenano per Putin: un patto di ferro sotto pressione
Se la popolazione è chiamata a un sacrificio che rasenta la mistica, per gli oligarchi vicini al Cremlino il sostegno al presidente assume i contorni di un vero e proprio salasso finanziario. Il meccanismo inedito dei contributi volontari all'erario di Mosca, che le grandi aziende sono chiamate a versare per sostenere lo sforzo bellico, sta mettendo a dura prova anche le fortune dei magnati più fedeli.
Si tratta di un patto di ferro, quello tra Putin e l'élite economica del Paese, che finora ha retto all'urto delle sanzioni ma che ora, con i conti dello Stato in progressivo peggioramento e le prospettive di una rapida ripresa sempre più lontane, mostra i primi segni di cedimento. La ricerca di quella «formula magica» per rilanciare l'economia, menzionata nel corso del vertice di agosto, è il sintomo di un'ansia che serpeggia ai piani alti, la consapevolezza che le ricette tradizionali del nazionalismo economico e dell'autarchia forzata potrebbero non bastare più.
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