Le borse accelerano sul greggio in caduta, l’ipotesi dell’intesa Usa-Iran spinge milano
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Redazione Economia
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C’è un filo, sottile ma resistente, che lega il crollo del petrolio sotto la soglia dei cento dollari – quota che non si vedeva da mesi – alla rimonta inarrestabile delle piazze finanziarie europee. E quel filo, a ben guardare, porta la firma delle dichiarazioni notturne del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump: parole che hanno riacceso l’intero quadrante dei listini, vecchio continente compreso, alimentando la percezione – ancora tutta da verificare sul piano formale – di un accordo imminente tra Washington e Teheran. Milano, in particolare, viaggia con un rally del 2,2%, agganciando i massimi dal marzo del 2000 e superando agilmente la soglia dei 49mila punti; un balzo che non si vedeva da un quarto di secolo, e che racconta meglio di ogni numero la fiducia riversata dagli investitori in queste ore.
L’effetto domino del greggio e il ruolo delle indiscrezioni
La molla che ha fatto scattare il meccanismo è duplice. Da un lato, la forte correzione del greggio – tornato dolcemente sotto i cento dollari al barile – ha alleggerito la pressione inflazionistica che da settimane comprimeva i margini delle società più esposte ai costi energetici. Dall’altro, e forse in misura persino maggiore, hanno agito le indiscrezioni riportate dal sito Axios: secondo queste fonti, la Casa Bianca ritiene ormai vicina un’intesa con l’Iran basata su un memorandum preliminare di una sola pagina. Un testo che, stando a quanto circola, servirebbe non solo a fermare le ostilità sul campo, ma anche ad aprire un tavolo negoziale più articolato sul programma nucleare di Teheran; non ultimo, si parla della possibile riapertura dello Stretto di Hormuz, nodo vitale per i flussi petroliferi globali. È chiaro che, in un contesto di incertezza ancora sovrana, basti una speranza – per quanto fragile – a spostare gli equilibri di mercato.
Milano guida la carica, i petroliferi pagano lo scotto
Piazza Affari, da sempre sensibile all’andamento delle materie prime, offre il quadro più nitido di questa girata di vento. Mentre i listini di Francoforte, Parigi e Londra mettono a segno rialzi compresi tra il 2 e il 3%, è proprio la borsa milanese a dettare il passo, sostenuta da una valanga di conti trimestrali – quelli delle grandi quotate – che hanno superato in molti casi le attese. Tra i titoli migliori spicca Amplifon, premiata dal mercato dopo i risultati diffusi nella mattinata; all’opposto, i cosiddetti titoli oil – Eni, Saipem, Tenaris – arretrano in scia al crollo del greggio, segno che ogni medaglia ha il suo rovescio. Gli investitori, insomma, premiano chi beneficia di un’energia più economica e puniscono chi del petrolio vive, senza troppi giri di parole.
Wall Street attesa in decollo, il dollaro resta stabile sull’euro
L’accelerazione dei futures americani – che lasciano presagire un avvio sostenuto anche a New York – non fa che confermare l’ampiezza di questo movimento. Il cambio euro/dollaro si mantiene su livelli sostanzialmente stabili, segno che la valuta unica non subisce scossoni particolari nonostante l’ottimismo generalizzato. Né l’oro, tradizionale bene rifugio, sembra trarre giovamento dalla situazione: anzi, la prospettiva di una distensione tra Stati Uniti e Iran allontana i timori più cupi, e con essi la corsa verso asset considerati sicuri. Resta però una domanda di fondo, a cui nessun dato di borsa può rispondere: quella sulla reale concretezza del memorandum. Per ora, ai mercati basta l’ipotesi. Domani, forse, serviranno i fatti.




