Piccoli pacchi extra Ue, il nuovo contributo alla prova della tenuta europea
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Redazione Economia
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Il rinvio, comunicato dall’agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dell’entrata in vigore del contributo fisso di 2 euro sui pacchi provenienti da paesi terzi, originariamente previsto per il primo gennaio e slittato ora al 15 marzo, non costituisce una mera questione di calendario operativo. Esso rappresenta, piuttosto, il primo e concreto segnale di una misura, introdotta dalla legge di Bilancio 2026, che si rivela tutt’altro che pronta a essere applicata, svelando al contempo le intricate maglie giuridiche in cui si è avventurato il legislatore nazionale. L’Agenzia, come noto, ha motivato la decisione con l’esigenza di concedere agli operatori logistici il tempo necessario per adeguare i propri sistemi informatici, una spiegazione tecnica che, seppur plausibile, non può celare le profonde incertezze di fondo.
Una competenza esclusiva dell'Unione
Il principio cardine, spesso trascurato nel dibattito pubblico ma fondamentale per comprendere la delicatezza della materia, stabilisce che nell’ambito dell’Unione europea la competenza in tema di dazi doganali e di misure di effetto equivalente sia esclusiva di Bruxelles. Tale attribuzione, del resto, non è casuale ma risponde alla necessità di preservare l’integrità del mercato unico e di garantire la libera circolazione delle merci, pilastri sui quali si fonda l’intera costruzione comunitaria. Proprio muovendo da questo presupposto ineludibile, il cosiddetto contributo italiano sulle importazioni cosiddette “low value” rivela sin da subito profili di notevole criticità, sollevando interrogativi sulla sua piena compatibilità con il quadro normativo europeo, un aspetto sul quale, è bene ricordarlo, la Commissione Ue potrebbe presto esprimere un proprio parere.
Il regime transitorio e le sue scadenze
Nel frattempo, per le spedizioni giunte in Italia tra il primo gennaio e il 28 febbraio 2026, è previsto un regime transitorio, il quale impone agli operatori la contabilizzazione degli invii e il successivo pagamento del contributo, per il quale è stata fissata una dichiarazione unica entro il 15 marzo. Un meccanismo che, almeno in questa fase, sembra demandare agli stessi soggetti coinvolti nella logistica l’onere di annotare e versare quanto dovuto, una procedura che appare destinata a generare non poche complicazioni pratiche. Quel che accadrà dopo tale data, però, rimane avvolto in un alone di incertezza, non solo per gli adempimenti tecnici ma anche per la stessa tenuta giuridica della normativa, la cui applicazione piena potrebbe rivelarsi un’operazione assai più complessa del previsto.
Le implicazioni per il mercato e gli operatori
La misura, nel suo intento dichiarato, mira a riequilibrare le condizioni di concorrenza e a recuperare risorse, ma la sua attuazione concreta rischia di trasformarsi in un boomerang, gravando su un settore, quello della logistica e dell’e-commerce, già caratterato da margini ridotti e da una fitta rete di regolamentazioni. L’introduzione di un ulteriore balzello, per di più gestito con modalità farraginose, potrebbe finire per rallentare gli scambi e accrescere i costi di compliance per le aziende, le quali si troverebbero a dover fronteggiare un onere amministrativo non indifferente. Senza contare che molti di essi, già alle prese con la complessità delle dichiarazioni doganali per i beni di valore superiore alla soglia di esenzione Ioss, vedrebbero duplicarsi gli obblighi contabili, una prospettiva che pochi, nel settore, accolgono con favore.




