Grok limita le immagini agli abbonati dopo le polemiche per i deepfake
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Redazione Esteri
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Tra la fine dello scorso anno e le prime settimane del 2026, il chatbot Grok, integrato nel social network X di proprietà di Elon Musk, è finito al centro di un turbine di critiche internazionali per l'uso improprio della sua funzione di generazione di immagini, denominata "Imagine". La piattaforma, che non aveva inizialmente posto sufficienti barriere tecniche, si è ritrovata a gestire una mole impressionante di richieste, stimabile in decine di migliaia, volte a creare immagini che "spogliavano" digitalmente persone ritratte in fotografie. La gran parte di queste richieste, come emerso dalle inchieste giornalistiche e dalle segnalazioni degli utenti, riguardava donne, in alcuni casi anche minorenni, i cui volti venivano manipolati per produrre contenuti sessualmente espliciti senza il loro consenso, un fenomeno che rientra nel più ampio e inquietante ambito dei deepfake a score di vendetta o di molestia.
La reazione di X e il cambio di strategia
A seguito delle forti pressioni, che hanno coinvolto anche le istituzioni dell'Unione europea pronte a richiamare la piattaforma alle sue responsabilità, la direzione di X ha di fatto operato un parziale passo indietro. Tra giovedì e venerdì della scorsa settimana, infatti, è stata implementata una modifica sostanziale al funzionamento di Grok: la generazione e la modifica delle immagini sono state limitate esclusivamente agli utenti che dispongono di un abbonamento a pagamento. Chi non è abbonato, tentando di ottenere un'immagine, riceve ora un messaggio che rinvia esplicitamente alla sottoscrizione di un piano premium, trasformando quella che era una funzionalità potenzialmente pericolosa e accessibile a tutti in un servizio a valore aggiunto per una cerchia ristretta di utenti.
Il paradosso della sicurezza a pagamento
Questa mossa, se da un lato può essere letta come un tentativo di porre un argine ai comportamenti illeciti rendendo più tracciabile, attraverso l'account pagante, l'autore di eventuali abusi, solleva nondimeno questioni di non poco conto. Si delinea, in pratica, uno scenario in cui una misura presentata come di sicurezza e controllo si trasforma in una barriiera commerciale, creando di fatto un doppio binario di accesso a una tecnologia potenzialmente lesiva. Mentre i grandi attori del settore, da OpenAI a Google, insistono pubblicamente sulla necessità di "guardrail" e di una regolamentazione stringente per contenere i rischi dell'intelligenza artificiale, l'approccio di X sembra seguire una logica differente, internalizzando il problema e trasformandolo in un elemento di proposta tariffaria.
Il quadro normativo e le possibili conseguenze
Il fenomeno dei deepfake, del resto, non è rimasto confinato alla sfera delle polemiche mediatiche, ma ha iniziato a incontrare risposte sul piano giudiziario e normativo. In Italia, ad esempio, si sta consolidando un doppio regime sanzionatorio per chi crea e diffonde simili contenuti illeciti: da una parte sono previste sanzioni amministrative per la violazione della privacy, dall'altra si applicano quelle penali legate alla fattispecie dell'articolo 612-quater del codice penale, che punisce la diffusione illecita di immagini o video sessualmente espliciti. Si tratta di un quadro, ancora in evoluzione, che prova a tenere il passo con una tecnologia capace di produrre in pochi secondi danni reputazionali gravissimi e spesso irreparabili, mentre le piattaforme sono chiamate a una corresponsabilità sempre maggiore nella gestione proattiva degli strumenti che mettono a disposizione degli utenti.




