La madre di Eleonora Bottaro muore di tumore dopo aver rifiutato le cure come la figlia
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Redazione Interno
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La storia di Eleonora Bottaro, la giovanissima padovana stroncata a 18 anni da una leucemia linfoblastica acuta nell’agosto del 2016, continua a scrivere capitoli tragici impressi nella cronaca giudiziaria e sanitaria del Veneto. A distanza di un decennio, Rita Benini, la madre che insieme al marito Lino Bottaro era stata condannata in via definitiva dalla Cassazione per omicidio colposo nei confronti della figlia (per averle negato la chemioterapia ritenendola dannosa), è morta il 2 giugno scorso nella sua abitazione a Bagnoli di Sopra.
La causa del decesso, hanno confermato i sanitari che l’hanno avuta in cura, è un carcinoma alla lingua che la sessantenne ha scelto consapevolmente di non contrastare con la radioterapia necessaria, seguendo fino all’ultimo quella fedeltà assoluta alle teorie alternative – riconducibili al cosiddetto metodo Hamer – che già avevano segnato il destino della figlia.
Il primario: «Poteva salvarsi, i dati parlano chiaro»
A fornire il riscontro più drammatico sulla natura evitabile di questa morte è proprio chi ha tentato di salvarla. Doriano Politi, primario di Otorinolaringoiatria all’ospedale dell’Angelo di Mestre nonché specialista in chirurgia oncologica testa e collo, ha raccontato i dettagli di un intervento perfettamente riuscito, asportando la massa tumorale e ricostruendole la lingua. Erano i primi giorni dell’autunno scorso, il 19 settembre 2025, e l’operazione – durata circa sette ore – non aveva lasciato spazio a complicanze.
I risultati istologici, arrivati a distanza di due settimane, parlavano chiaro: carcinoma squamoso; la medicina ufficiale suggeriva un percorso chiaro, ossia la radioterapia per scongiurare la riformazione del male. È a questo bivio che Rita Benini si è fermata. Dopo essersi presentata il 20 ottobre per un controllo, la donna non si è più presentata alla Tac fissata per il 30, ha interrotto ogni contatto con l’équipe medica e ha scelto di restare a casa.
«Se le persone si affidano con tempestività a noi medici – ha dichiarato Politi – la possibilità di guarire è molto alta, anzi altissima». Dati alla mano, nel corso del 2025, su venti pazienti operati per la stessa patologia (con demolizione e ricostruzione della lingua), l’unica a non aver proseguito il protocollo post-operatorio è stata proprio lei, e l’unica a essere deceduta. Per chi, come il sessantenne, si sottopone alle cure quando la massa è ancora piccola, la sopravvivenza sfiora il 90%.
La pm: «Un grande spreco di vita, per Eleonora fu omicidio»
La vicenda, pur nella sua cruda linearità clinica, riporta inevitabilmente a una valutazione giuridica e morale già affrontata dalle aule di giustizia. A commentare la morte della donna è la stessa pm che nel 2017 aveva indagato i genitori per la sorte della giovane Eleonora. Valeria Sanzari, oggi in pensione, non usa mezzi termini nel definire l’accaduto: «Provo per questa famiglia una grande pena – ha dichiarato al Corriere del Veneto –, in tutta questa vicenda trovo che ci sia stato un grande spreco di vita».
La pm, che ha portato avanti l’accusa fino alla condanna dei coniugi in Cassazione (sentenza passata in giudicato nel 2023), traccia un solco netto tra la tragedia della figlia e quella della madre. Se per Rita Benini si può parlare di una forma di rifiuto consapevole – una sorta di suicidio terapeutico alimentato da un pensiero irrazionale – per Eleonora la dinamica fu radicalmente diversa. «Rita ha scelto per sé – spiega Sanzari –, Eleonora non ha potuto farlo, quello è stato un omicidio».
La giovane, ancora minorenne, fu condizionata in modo decisivo dalle convinzioni familiari (radicate in una visione distorta che vedeva la chemioterapia come un veleno e i tumori come semplici riflessi di conflitti psichici) senza poter esercitare mai una reale volontà contraria.
Radicalismo antiscientifico e il dato nazionale sulla fiducia
La coerenza assoluta di questa famiglia nel rifiutare i protocolli oncologici non era un mistero per chi li aveva incrociati durante il procedimento giudiziario. Le dichiarazioni rilasciate dal marito Lino Bottaro subito dopo il decesso della moglie confermano che non c’è stato ripensamento. L’uomo ha anzi ribadito di sentirsi «vittima dell’ingiustizia», raccontando che la moglie si mordeva la lingua di notte per il dolore subito e definendola «una martire». Un’ostinazione che però, stando ai numeri, rappresenta una quota minoritaria ma non trascurabile della popolazione.
Nonostante l’impatto mediatico di queste vicende, un’indagine condotta dall’istituto Piepoli per conto della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (FnOMCeO) ha rilevato che circa nove italiani su dieci ripongono fiducia nella medicina scientifica. Un dato che sale al 90% se si guarda al rapporto generale con la ricerca, considerata un motore di progresso e benessere.
Emerge tuttavia una frangia di scetticismo profondo: lo stesso studio sottolinea come la diffidenza tenda ad acuirsi quando il dibattito si sposta su terreni specifici come le nuove tecnologie farmaceutiche o, in generale, sull’efficacia percepita degli interventi standardizzati, lasciando spazio a derive individualistiche nella gestione della malattia.
Un fenomeno, questo, che i giudici della Suprema Corte avevano già tentato di arginare anni fa con una condanna esemplare: «Sottrarla alle cure che potevano guarirla» (questo l’addebito ai genitori), in un caso in cui la suggestione ideologica ha finito per prevalere sull’evidenza della scienza.




