Paolo Mieli e il sondaggio per Ranucci: "Contributo zero, pensavo a Gratteri". Cappellini: "Per me era una follia"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L'estate italiana si porta dietro un caso che mescola cronaca giudiziaria, politica e giornalismo, con al centro la figura di Valter Lavitola, il faccendiere che ha confessato di essere il mandante dell'attentato contro Sigfrido Ranucci, il conduttore di Report.

Se le indagini proseguono per individuare eventuali concorrenti esterni, a tenere banco nelle scorse ore è stato il retroscena del famigerato sondaggio commissionato da Lavitola per testare la popolarità di Ranucci come possibile leader del centrosinistra, un'inchiesta parallela che ha coinvolto alcuni dei nomi più noti del giornalismo italiano e che ha portato alla luce chat, cene e messaggi notturni.

La versione di Mieli: "Pensavo a Gratteri, per me era un'ipotesi demenziale"

Paolo Mieli, editorialista del Corriere della Sera, ha rotto il silenzio sulla sua partecipazione, se così si può definire, al progetto di Lavitola, chiarendo subito la propria posizione: "Il mio contributo è stato zero". In un'intervista al suo stesso giornale, l'ex direttore ha ricostruito i fatti a partire dall'incontro con il faccendiere, avvenuto nell'ottobre scorso al ristorante Cefalù, locale di proprietà di Lavitola frequentato da politici e giornalisti, dove era presente anche lo stesso Ranucci.

Mieli racconta che Lavitola gli parlò dell'intenzione di testare un possibile leader del centrosinistra, senza però mai fare il nome di Ranucci. L'editorialista, a quel punto, pensò potesse trattarsi del magistrato Nicola Gratteri, giudicando l'ipotesi "demenziale". Per evitare di perdere tempo in riunioni, Mieli chiese a Lavitola di inviargli direttamente il sondaggio via WhatsApp, cosa che avvenne il 7 giugno. Due giorni dopo, la sua risposta fu un secco "perfetto". "In quel sondaggio non c'è neanche una riga, neanche una sillaba mia. Né un consiglio", ha sottolineato.

Nel tentativo di prendere le distanze dalla vicenda, Mieli ha definito l'intera storia come "un pezzo di commedia all'italiana", paragonandola ai film di Monicelli. L'ex direttore ha anche spiegato il suo punto di vista sull'eventuale carriera politica del conduttore di Report: Ranucci, secondo Mieli, avrebbe potuto "rosicchiare qualcosa" solo trasformandosi nel "Vannacci di sinistra", ma rimanendo alleato di Schlein e Conte non avrebbe avuto speranze. Più dura, infine, la stoccata personale: "Io al posto di Ranucci non ci sarei mai finito.

Vede, la gente che va in tv viene fermata di continuo al mercato dalla signora che ti dice 'ci vorrebbe uno come lei in politica' [...] Soprattutto se, nel pieno del metoo, scrivi in un libro dettagli veri o romanzati di storie con collaboratrici per cui un altro sarebbe stato impalato, mentre lui è stato incensato".

Il racconto di Cappellini: "Era un progetto folle, gli dissi che non aveva chance"

A fornire un altro tassello fondamentale della vicenda è stato Stefano Cappellini, direttore di Repubblica, che ha pubblicato uno scambio di messaggi inedito con Lavitola risalente a luglio. Cappellini ha ricostruito per filo e per segno i contatti con il faccendiere, partendo da una cena dell'agosto 2023 al Cefalù. Il progetto del sondaggio vero e proprio prese forma a febbraio 2026, quando Lavitola lo contattò dicendogli di essere in contatto con una "persona di grande levatura e popolarità" che poteva aspirare al ruolo di candidato premier del centrosinistra.

Cappellini, all'epoca vicedirettore, si prestò a dare alcuni consigli sulle domande da porre, ma senza sapere chi fosse il candidato. La verità gli fu rivelata da Lavitola solo il 9 giugno: il nome era Sigfrido Ranucci. La reazione di Cappellini fu immediata e negativa: "Per me è una follia". Nella sua ricostruzione, Cappellini spiega di aver considerato l'ipotesi poco credibile e di non aver creduto all'esistenza del fantomatico sondaggio americano che, secondo Lavitola, dava Ranucci in forte crescita.

Il messaggio più inquietante emerso dalle chat, pubblicato da Repubblica, risale alla notte del 7 luglio: Cappellini scrive a Lavitola, ormai indagato per l'attentato, una domanda che suona come una provocazione: "Sbaglio o mi hai scritto che Sigfrido Ranucci ti ha chiesto di fargli l'attentato?". Una domanda che il direttore di Repubblica si poneva dopo che Lavitola, poco prima, gli aveva scritto: "A meno che non decidessi di chiedermi di fare un attentato anche a te".

Il sondaggio e le mosse per la candidatura

Dalle carte dell'indagine emerge il quadro di un progetto politico costruito con cura da Lavitola, che coinvolse anche lo stesso Ranucci nella predisposizione del sondaggio. Nelle chat, il conduttore di Report integra il questionario e "mette dentro — come dice lui stesso — delle altre cose", dimostrando di essere a conoscenza dell'operazione, anche se Lavitola ha sempre sostenuto che Ranucci non sapesse dell'attentato.

L'obiettivo dichiarato era quello di lanciare Ranucci come "punto di riferimento fortissimo di tutti i progressisti", un candidato terzo in grado di superare lo scontro tra Elly Schlein e Giuseppe Conte.

Mieli, pur avendo bollato la vicenda come una "bomba d'amore", ha poi ipotizzato che qualcuno possa essersi inserito nel rapporto tra Lavitola e Ranucci per orchestrare l'azione contro il giornalista. "Lavitola davvero avrebbe investito 7 anni della sua vita per far destituire Ranucci dalla conduzione di Report?", si è chiesto l'editorialista, suggerendo la presenza di un "mandante esterno". Cappellini, dal canto suo, ha sempre giudicato il progetto una follia, tanto da decidere di non pubblicare nulla all'epoca dei fatti.

Per il direttore di Repubblica, si tratta di una storia che ha un "valore giornalistico" e che ha raccontato per primo, per evitare che lo facessero "persone con altri interessi e scopi".

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