Mieli: «Il mio contributo al sondaggio Lavitola è zero. Non sapevo fosse per Ranucci»
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Redazione Interno
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«Ma certo che sono scosso. Ho disturbi del sonno, a volte mancanza di appetito». Paolo Mieli risponde con ironia alla domanda, seria, sul suo coinvolgimento nella vicenda che ha messo al centro dell’attenzione la triangolazione tra Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci. Il tutto in un crescendo di rivelazioni che, in questo torrido Ferragosto, tengono banco nelle cronache giudiziarie e politiche.
Alla messa a punto del sondaggio per testare la popolarità del conduttore di Report come eventuale leader del centrosinistra – un'ipotesi che Mieli ha definito «demenziale» – si arriva per gradi, durante una lunga intervista in cui l'editorialista del Corriere ha cercato di mettere dei paletti netti sulla propria estraneità.
La cena, gli amiconi, un progetto politico segreto
Mieli ha raccontato di aver conosciuto Lavitola nell'ottobre scorso, in un ristorante, il Cefalù, portato da un'amica comune. A quella cena, dopo l'attentato del 16 ottobre 2025, era presente anche Sigfrido Ranucci, che Mieli conosce da vent'anni. «Ho potuto vedere con mano – ha detto il giornalista in una precedente intervista a La7 – che sono due amiconi che si fidano l'uno dell'altro». Osservandoli nelle settimane successive, Mieli ha capito che Lavitola si era messo in testa di fondare un partito politico, con Ranucci come leader.
Per preparare il terreno, commissionava sondaggi e questionari per testare il potenziale elettorale del conduttore, un documento di 21 domande intitolato "Indagine potenziale elettorale". La politica, secondo Mieli, è come l'eroina: Lavitola, dopo le esperienze con Craxi e Berlusconi e il carcere, ci era tornato.
Il sondaggio e il contributo zero di Mieli
Il punto centrale della ricostruzione di Mieli riguarda la sua partecipazione al famigerato sondaggio. L'editorialista ha spiegato che, per evitare un coinvolgimento diretto, chiese a Lavitola di inviargli il questionario. Lo ricevette il 7 giugno e, due giorni dopo, rispose soltanto "perfetto". «In quel sondaggio non c'è neanche una riga, neanche una sillaba mia. Né un consiglio», ha sottolineato Mieli, ribadendo che il suo contributo è stato pari a zero.
Lui stesso non aveva capito che il progetto di Lavitola riguardasse Ranucci, pensando semmai a un nome come quello di Nicola Gratteri, e giudicò l'ipotesi complessivamente «demenziale». Le dichiarazioni arrivano mentre il mondo del giornalismo si interroga sui retroscena di una vicenda che coinvolge anche Stefano Cappellini, direttore di Repubblica.
I messaggi notturni e i sospetti di Repubblica
Proprio Stefano Cappellini ha pubblicato un articolo in cui svela uno scambio di messaggi con Lavitola, risalente alla notte del 7 luglio. «Sbaglio o mi hai scritto che Sigfrido Ranucci ti ha chiesto di fargli l’attentato?», scriveva Cappellini a Lavitola, ponendo una domanda che oggi aleggia sul dibattito pubblico. Il faccendiere, dal canto suo, smentiva con una battuta: «Ti volevo dire che se mi vuoi come attentatore io ormai sono noto».
Nel suo racconto, Cappellini ha ammesso di essere stato contattato da Lavitola per un aiuto sul sondaggio, di aver abbozzato qualche idea, ma di avere poi definito "una follia" l'idea di Ranucci come candidato premier. La sua ricostruzione, pubblicata su Repubblica, è stata letta come una sorta di autodifesa preventiva, per chiarire il suo ruolo e la sua estraneità rispetto al piano criminale di Lavitola.
La confessione di Lavitola e il movente dell'attentato
Sullo sfondo, l'inchiesta procede con la confessione di Valter Lavitola, che ha ammesso di essere il mandante dell'attentato a Ranucci, ma ha offerto una versione inedita dei fatti: «L'ho fatto per il suo bene, per fargli aumentare la scorta». Durante l'interrogatorio di garanzia, Lavitola ha dichiarato di aver agito per tutelare l'incolumità dell'amico, che riteneva minacciato. «Ranucci aveva soltanto due uomini di scorta. Dopo l'attentato si è passati a otto agenti», ha spiegato il suo difensore.
Una ricostruzione che lascia sgomenti gli inquirenti e il legale di Ranucci, che ha parlato di «delirante teatro della follia». Restano da chiarire i reali rapporti tra il giornalista e il faccendiere, e se la confessione sia credibile o nasconda altre verità. Le indagini sono in corso.
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