Mieli: «Nel sondaggio per Ranucci il mio contributo è zero. Non sapevo fosse per lui»
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
«Ma certo che sono scosso. Ho disturbi del sonno, a volte mancanza di appetito», risponde con una punta di ironia Paolo Mieli quando gli si chiede, seriamente, se e quanto sia turbato dall'essere finito nella vicenda che ruota attorno a Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci, una triangolazione politica che vede il faccendiere indagato come mandante e reo confesso dell'attentato ai danni del conduttore di Report.
L'editorialista del Corriere della Sera, coinvolto nella messa a punto del famoso sondaggio commissionato per testare la popolarità di Ranucci quale possibile leader del centrosinistra e sfidante di Giorgia Meloni, ha voluto chiarire la sua posizione, sottolineando l'estraneità alle finalità del progetto. «Il mio contributo a quel sondaggio è stato zero, neanche una riga o una sillaba è farina del mio sacco», ha dichiarato in un'intervista, precisando di aver fornito un semplice assenso per archiviare la questione.
Il retroscena del sondaggio e il fraintendimento sul candidato
La vicenda, che Mieli ha definito «un pezzo di commedia all'italiana», affonda le radici in una cena all'insegna del pesce, al ristorante Cefalù, dove il giornalista ha conosciuto Lavitola circa un anno fa. Fu in quella sede che il faccendiere gli parlò dell'intenzione di commissionare un sondaggio per testare una sua intuizione politica, senza però rivelare il nome del potenziale candidato. Mieli, temendo di essere risucchiato in una trama più grande di lui, per evitare ulteriori riunioni, chiese a Lavitola di inviargli direttamente la bozza via WhatsApp.
Ricevutala il 7 giugno, rispose due giorni dopo con un secco "perfetto", convinto che l'idea di Lavitola, che lui pensava riguardasse il magistrato Nicola Gratteri, fosse semplicemente «demenziale». «Non avevo capito che pensasse a Ranucci come leader», ha spiegato Mieli, escludendo che il conduttore di Report fosse a conoscenza del piano di Lavitola o che ci fosse una qualsiasi forma di accordo per lanciare la sua candidatura.
Le chat e il "pizzino" che svela la tensione
Il clima di sospetto e le pressioni legate al progetto di Lavitola emergono con chiarezza dai messaggi inediti pubblicati da Stefano Cappellini, direttore di Repubblica, anche lui coinvolto nella vicenda. In una chat risalente al luglio scorso, Lavitola, dopo aver appreso di essere indagato per l'attentato, inviò a Cappellini un messaggio a dir poco inquietante: «Spero molto che l'aver intrattenuto rapporti con me non ti venga a pregiudicare... a meno che non decidessi di chiedermi di fare un attentato anche a te».
Un «pizzino» digitale che, riletto a posteriori, appare come una larvata minaccia o, al contrario, come un maldestro tentativo di sdrammatizzare. Cappellini, che aveva fornito a Lavitola una bozza di domande per il sondaggio senza conoscere il nome del candidato, descrisse come una "follia" la proposta di Ranucci premier, ritenendola priva di qualsiasi possibilità in competizione con Elly Schlein e Giuseppe Conte.
«Per me è una follia», fu la sua reazione il 9 giugno, quando venne a conoscenza del nome, valutando il progetto come non credibile e decidendo di non pubblicare nulla al riguardo.
La confessione di Lavitola e le ombre sull'indagine
L'indagine della Procura di Roma, coordinata dal procuratore Francesco Lo Voi, ha portato all'arresto di Valter Lavitola, il quale ha ammesso le proprie responsabilità nell'attentato contro Ranucci, dichiarando di averlo fatto per un movente tanto singolare quanto assurdo: tutelare l'incolumità dell'amico giornalista e fargli aumentare il livello di scorta. Un gesto criminale compiuto "per il bene" di Ranucci, che, secondo la ricostruzione del faccendiere, sarebbe stato oggetto di pericolosi tentativi di aggressione.
Nonostante la confessione, Lavitola è ancora detenuto nel carcere di Rebibbia, poiché la Procura ha giudicato «inverosimili» le sue ricostruzioni, negando la richiesta di domiciliari. Questo scenario ha sollevato diverse domande tra gli addetti ai lavori, mentre l'avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, ha definito la confessione un «delirante teatro della follia».
Nel frattempo, l'inchiesta prosegue per individuare eventuali altri mandanti, con il factotum di Lavitola, Gomes Clesio Tavares, attualmente in Africa, per il quale è stato avviato l'iter per l'estradizione.
La sicurezza a Trento tra gli Stati generali e la paura dei cittadini
Il tema della sicurezza, che fa da contraltare ai casi di cronaca giudiziaria, si presenta con prepotenza all'ordine del giorno delle amministrazioni locali. Il sindaco di Trento, Franco Ianeselli, di fronte a una crescente domanda di sicurezza da parte dei cittadini, ha annunciato una mossa decisa: «In autunno convocherò gli Stati generali della sicurezza». Un'occasione per mettere attorno a un tavolo tutti gli attori coinvolti, dal Comune alla Provincia, dallo Stato ai sindaci di altre città, per affrontare il problema in tutte le sue angolature.
«La visione deve essere complessiva», ha spiegato Ianeselli, sottolineando come l'obiettivo sia coniugare la prevenzione, ragionando sulle cause profonde dell'insicurezza sociale, con gli aspetti repressivi, ringraziando le forze dell'ordine per il lavoro svolto. Un approccio che mira a superare le logiche di competenza separate per provare a tracciare una strategia condivisa e rispondere alle preoccupazioni dei residenti, sempre più esposti a episodi di degrado e paura nella vita quotidiana.
Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.
