Paolo Mieli e il sondaggio per Ranucci: «Il mio contributo? Zero, non sapevo nulla»
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Redazione Interno
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«Ma certo che sono scosso. Ho disturbi del sonno, a volte mancanza di appetito». A parlare è Paolo Mieli che, con una punta di ironia tagliente, risponde a chi gli chiede se sia turbato per essere finito al centro della vicenda che coinvolge Valter Lavitola e Sigfrido Ranucci.
Il celebre editorialista del Corriere della Sera si trova infatti a dover fare i conti con il presunto coinvolgimento nella messa a punto di un sondaggio commissionato per testare la popolarità del conduttore di Report come potenziale leader del centrosinistra, un progetto che avrebbe visto Mieli partecipare insieme a Stefano Cappellini, oggi direttore di Repubblica. Ma la sua replica è netta e senza appello: «Il mio contributo è stato zero. Non sapevo fosse per Ranucci».
La triangolazione politica e l'attentato a Ranucci
La vicenda, che ha assunto contorni giudiziari di rilievo, ruota attorno alla figura di Valter Lavitola, attualmente indagato come mandante e reo confesso dell'attentato ai danni di Sigfrido Ranucci. L'ipotesi investigativa, alimentata da una serie di intercettazioni e testimonianze, punta il dito su una triangolazione politica che avrebbe avuto come obiettivo quello di utilizzare un sondaggio per valutare la possibilità di lanciare Ranucci in una corsa contro Giorgia Meloni.
Mieli, interpellato sulla questione, ha voluto chiarire la sua posizione sottolineando di essere stato del tutto all'oscuro delle reali finalità dell'inchiesta demoscopica, definendo la sua partecipazione come marginale o addirittura inesistente. «Non ho avuto alcun ruolo attivo – ha ribadito – e non immaginavo nemmeno che il sondaggio fosse legato a Ranucci». Una precisazione che arriva mentre il mondo del giornalismo e della politica si interroga sulle reali dinamiche di un caso che promette di tenere banco a lungo.
Il sindaco Ianeselli e gli Stati generali della sicurezza a Trento
In un contesto completamente diverso, ma ugualmente segnato da tensioni e preoccupazioni, il sindaco di Trento Franco Ianeselli ha scelto di intervenire sul tema della sicurezza, annunciando una mossa che intende dare un segnale forte alla cittadinanza. «In autunno convocherò gli Stati generali della sicurezza», ha dichiarato il primo cittadino, raccogliendo la crescente richiesta di interventi concreti da parte dei residenti.
L'iniziativa, che si propone di mettere attorno a un tavolo tutti i soggetti istituzionali coinvolti, dal Comune alla Provincia, dallo Stato fino ai sindaci di altre città, mira a costruire una strategia condivisa per affrontare le sfide legate all'ordine pubblico e alla percezione di insicurezza che, da mesi, alimenta dibattiti accesi e polemiche sul territorio. L'annuncio arriva in un momento in cui l'agenda politica del capoluogo trentino è dominata proprio da queste tematiche, con i cittadini che chiedono risposte rapide ed efficaci.
Il pizzino di Lavitola a Cappellini e la lettera di MOW
Intanto, a gettare ulteriore luce sui rapporti tra Lavitola e il mondo dell'informazione ci ha pensato Stefano Cappellini che, sulle colonne di Repubblica, ha pubblicato un messaggio inedito ricevuto dall'indagato lo scorso luglio. Il contenuto del pizzino, che a una prima lettura appare come una larvata minaccia nei confronti di Ranucci, fa riferimento a possibili rivelazioni false e pericolose: «Mi chiederai di fare un attentato anche a te?», si legge in un passaggio che ha scosso l'opinione pubblica e gli addetti ai lavori.
Cappellini, nel suo articolo, ha ricostruito la genesi del rapporto con Lavitola, ripercorrendo la nota vicenda della richiesta di aiuto nella predisposizione del sondaggio e provando a mettere ordine in una storia complessa. Proprio a margine di questa pubblicazione, la redazione di MOW ha scelto di inviare una lettera aperta al direttore di Repubblica, firmata dai giornalisti del sito, per interrogarlo sul mestiere e sulle responsabilità dell'informazione in quello che viene definito un periodo buio per la categoria.
«Caro direttore – si legge nel testo – ti scriviamo per amore del giornalismo, del nostro mestiere, che spesso significa lavorare con sacrifici e senza appoggi politici. Oggi hai finalmente deciso di esporti e raccontare ciò che andava raccontato: la relazione tra te e Valter Lavitola, un personaggio ambiguo che aveva bisogno di un sondaggio».
Le domande sul ruolo del giornalismo in anni complessi
La lettera, che si pone come un atto di stimolo e non di accusa, solleva interrogativi profondi sul modo in cui il giornalismo italiano ha affrontato le relazioni pericolose con figure ai margini della legalità. Cappellini, chiamato a rispondere indirettamente a questi rilievi, si trova ora a dover gestire le conseguenze di una scelta, quella di rendere pubblici i dettagli del suo rapporto con Lavitola, che molti ritengono tardiva ma necessaria.
La vicenda, infatti, mette in luce le contraddizioni di un sistema in cui il confine tra informazione e politica appare sempre più labile, e dove il ruolo del direttore di un grande quotidiano diventa oggetto di scrutinio non solo da parte dei lettori ma anche dei colleghi. Le parole di Mieli, che ha negato con decisione qualsiasi coinvolgimento sostanziale, e quelle di Cappellini, che ha scelto la via della trasparenza seppur a distanza di mesi, disegnano un quadro in cui la credibilità del giornalismo è chiamata a una verifica severa.
Un caso che interroga la politica e l'informazione
Mentre l'inchiesta procede e gli investigatori cercano di ricostruire ogni tassello della presunta cospirazione, l'attenzione resta focalizzata sulle dichiarazioni dei protagonisti e sui messaggi che emergono giorno dopo giorno. La figura di Lavitola, già nota per precedenti coinvolgimenti in torbide vicende, si conferma al centro di una rete di contatti che attraversa il mondo della politica e dell'editoria, sollevando interrogativi su quanto sia diffusa e tollerata questa commistione di ruoli.
L'annuncio di Ianeselli, seppur su un piano diverso, richiama la necessità di ripristinare un clima di fiducia e di legalità, un obiettivo che passa anche attraverso la capacità delle istituzioni di agire in modo coeso e trasparente. La convocazione degli Stati generali della sicurezza a Trento rappresenta un tentativo concreto in questa direzione, un esperimento che potrebbe fare scuola se riuscisse a coinvolgere realmente tutti gli attori sul territorio.
Il caso Ranucci, insomma, non è solo una vicenda giudiziaria ma uno spaccato di un Paese che fatica a tenere distinti i piani dell'informazione, della politica e della giustizia. La risposta di Mieli, la scelta di Cappellini di raccontare, la mobilitazione del sindaco di Trento: tre segnali di un sistema che cerca una strada per uscire dalla confusione e restituire spazio alla chiarezza. Resta da vedere se questi movimenti saranno sufficienti a ricostruire una credibilità messa a dura prova o se, come temono molti, il solco scavato da anni di ambiguità sarà difficile da colmare.
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