La Flotilla approda a Istanbul: “Costi rotte e torture, peggio che a Guantanamo”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’aeroporto di Istanbul ha fatto da sfondo, nelle ultime ore, al rientro di una cinquantina di attivisti della Global Sumud Flotilla che, dopo essere stati arrestati in acque internazionali dalle forze israeliane, hanno finalmente rimesso piede su un territorio considerato ‘sicuro’. I corpi dei manifestanti, arrivati a bordo di voli provenienti da Israele con scalo o partenza diretta, raccontano di una detenzione che molti, tra cui l’attivista spagnola Emilia, non esitano a definire come un incubo a sfondo carcerario. “Ci hanno picchiati dappertutto”, ha dichiarato la donna ai cronisti presenti allo scalo turco, visibilmente scossa e ancora provata fisicamente; e aggiungendo, con un paragone che certamente farà discutere i giuristi internazionali, che l’esperienza vissuta nei centri di detenzione israeliani “è stata peggio che a Guantanamo”, un termine che rievoca immediatamente scenari di violazione sistematica dei diritti umani e abusi di potere.

Il video della discordia e la posizione del governo israeliano

A innescare la miccia della crisi diplomatica, che ormai si estende da Roma a Madrid passando per Parigi e Londra, è stata la diffusione di un filmato amatoriale pubblicato sui social dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir. In quelle sequenze, che hanno fatto il giro del mondo suscitando un’ondata di condanne, si vedono gli attivisti – tra i quali figurano cittadini di varie nazionalità europee – inginocchiati, con le mani legate da fascette o ammanettati alle spalle, sotto il controllo di agenti nel porto di Ashdod. Il gesto plateale del ministro, che camminava tra i detenuti esibendo la bandiera israeliana, è stato talmente controverso da spingere lo stesso primo ministro Benjamin Netanyahu a prendere le distanze dal suo fedelissimo alleato di governo; come ha osservato il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani, “se il Primo Ministro ha condannato quello che ha fatto Ben Gvir, evidentemente non era d’accordo con i suoi metodi”, lasciando intendere che non si trattasse di ordini impartiti dalla catena di comando ufficiale.

La Farnesina segue i feriti: un italiano in ospedale

Sul fronte nazionale, l’attenzione si concentra ora sulle condizioni di salute dei connazionali rientrati e, in particolare, su uno di loro attualmente ricoverato in un nosocomio della metropoli turca. La Farnesina, attraverso il consolato generale a Istanbul, ha confermato di aver assistito il cittadino italiano fin dal suo atterraggio; quest’ultimo, inizialmente, aveva dichiarato ai funzionari di voler restare nella città sul Bosforo unicamente per prendersi cura di un gruppo di compagni spagnoli risultati particolarmente bisognosi di assistenza. Tuttavia, le sue condizioni fisiche sono rapidamente degenerate al punto da richiedere il ricovero immediato per accertamenti clinici approfonditi, mentre decine di altri attivisti spagnoli e francesi mostravano lividi e fratture, tra cui diverse costole rotte dovute all’uso di calci e pugni durante le fasi dell’abbordaggio.

Le inchieste giudiziarie e la replica della magistratura

Mentre gli attivisti si disperdono tra gli ospedali di Istanbul e i voli di rientro verso le rispettive capitali europee, l’apparato giudiziario italiano ha già messo in moto la macchina investigativa. La procura di Roma, che ha aperto un fascicolo in merito alla vicenda, ha acquisito agli atti proprio il video pubblicato da Ben Gvir – quel che ormai i media definiscono il “video della vergogna” – per verificare l’eventuale presenza di cittadini italiani tra le vittime in ginocchio. I magistrati di piazzale Clodio stanno valutando l’ipotesi di reato di sequestro di persona, aggravato dall’essere stato commesso in acque internazionali dove Israele non avrebbe giurisdizione per un fermo di questo tipo, e non escludono di estendere le contestazioni ai ben più gravi reati di tortura e violenza sessuale. Le testimonianze degli attivisti, che parlano di percosse con oggetti contundenti e insulti a sfondo razziale, saranno fondamentali per determinare se i vertici politici dello Stato ebraico abbiano supervisionato un’operazione di polizia finita nella gestione selvaggia dei corpi dei manifestanti.

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