Proietti: “Io licenziata con una pec, non me ne faccio una ragione” – le epurazioni alla cultura e la lunga giornata di Giuli a palazzo Chigi
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
Risponde al primo squillo, quasi fosse ancora lì, alla sua scrivania di via del Collegio Romano. È ora di pranzo, ma Elena Proietti – ormai ex segretaria particolare del ministro della Cultura Alessandro Giuli – ripete più volte, con una concitazione che non cela lo smarrimento: «Non me ne faccio una ragione». La sua storia, del resto, non è quella di una funzionaria qualunque. Lei, che è stata consigliera regionale in Umbria e assessore a Terni (dove tuttora siede tra i banchi dell’opposizione come consigliera comunale), e che ha anche ricoperto l’incarico di consulente per Sport e salute, adesso dovrà mettersi a fare gli scatoloni. La racconta così, al telefono, con la voce che si spezza soltanto quando prova a spiegare il metodo: una pec, secca, burocratica, come se si trattasse di liquidare un qualsiasi contratto scaduto. «Non me ne faccio una ragione», lo ripete, e in quella frase c’è il ritratto di una piccola resa personale che però, a palazzo Chigi, assume i contorni di un caso politico.
Un ministro con le valigie in macchina e la trasferta saltata
La giornata di ieri al ministero è stata un’altra di quelle che lasciano il segno. Giuli arriva dopo le 11, nel bagagliaio dell’auto di scorta ha già le valigie pronte: alle 18 è atteso a Bruxelles per un Consiglio Ue, la riunione con gli omologhi europei. Invece il pomeriggio prende una piega del tutto imprevista. Il ministro esce dai suoi uffici alle 15, un quarto d’ora dopo varca il cancello di palazzo Chigi. La trasferta salta, nessuno nega che sia stato convocato. L’incontro con la premier – quella stessa premier che, ormai da più di un anno, siede a capo di un governo guidato da una compagine di destra in cui la “lealtà” è diventata una parola d’ordine quasi ossessiva – dura un’ora. Frontaliero, teso, senza sbavature.
Meloni si sente tradita, ma non può sfiduciare Giuli
Nelle stanze del potere, il nodo è chiaro a tutti. La presidente del Consiglio si sente tradita, e non soltanto per la vicenda delle due epurazioni. C’è stato anche lo scontro nella chat dei ministri con Salvini, qualche giorno fa, quando Giuli gli ha dato dell’«assenteista»: un’etichetta pesante, in un esecutivo che viaggia sulle gambe dei suoi rappresentanti. Eppure, per quanto la tensione sia ormai insostenibile, Meloni non può permettersi il lusso di sfiduciare Giuli. Un’eventuale crisi di governo – o anche soltanto una rimessa in discussione pubblica del titolare della Cultura – aprirebbe scenari che nessuno, a cominciare dai vertici di Fratelli d’Italia, vuole davvero affrontare. Così si va avanti, tra rotture mai ricucite e promesse di “calma”, mentre gli umori negli uffici di via del Collegio Romano restano quelli di un cantiere abbandonato.
“Merlino lo salviamo noi”: l’ombra di Fazzolari e il conto che non torna
L’indicazione, in realtà, arriva da un’altra parte. È Giovanbattista Fazzolari – che per primo, tra tutti, ha subito lo sfregio più evidente – a dettare la linea. La cacciata di Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica dimissionato da Giuli, non è stato soltanto un atto amministrativo. Merlino era molto vicino al sottosegretario, un uomo di fiducia gettato fuori senza troppi complimenti. E Fazzolari, dal canto suo, non può subire un affronto del genere. Tant’è che ha già dato mandato di trovare per il suo ex collaboratore un incarico all’altezza – si dice, per peso politico e retribuzione – magari sfruttando i margini di qualche decreto. «Merlino lo salviamo noi», ripetono fonti vicine a palazzo Chigi, e in quella frase c’è la sostanza di un conto che non torna: se il ministro della Cultura ha voluto fare piazza pulita, qualcun altro è già al lavoro per ricostruire altrove.




