Giuli a rapporto da Meloni, tante belle parole ma salta la missione a Bruxelles

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Redazione Interno Redazione Interno   -   L’ora abbondante trascorsa ieri tra le pareti di Palazzo Chigi, quella in cui il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha ricevuto il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, doveva servire – a sentire le ricostruzioni di chi quelle stanze le frequenta – per ricomporre una frattura che, seppur mai dichiarata apertamente, aveva ormai iniziato a scricchiolare sotto il peso di decisioni controverse e malumori crescenti. E invece, al netto delle rassicurazioni di rito, qualcosa continua a non quadrare.

Il primo, evidente segnale di una normalità ancora lontana arriva dall’agenda stessa del ministro: Giuli, arrivato al vertice con le valigie pronte nel bagagliaio dell’auto di scorta, avrebbe dovuto partire nel pomeriggio per Bruxelles, dove era in calendario un Consiglio Ue dedicato alle politiche culturali. Missione, quest’ultima, che lui stesso ha poi disertato senza troppi giri di parole. La trasferta è saltata, e così i colleghi europei si sono ritrovati senza l’omologo italiano, un’assenza che – al di là del dettaglio formale – ha offerto alla minoranza parlamentare del Partito Democratico un assist non da poco: «Una brutta figura», hanno sintetizzato in una nota a caldo, senza bisogno di aggiungere altro.

Un faccia a faccia tra scuse e richiami

Il colloquio, secondo fonti di governo, si sarebbe aperto con un mea culpa esplicito da parte di Giuli. «Ho capito di aver sbagliato, di aver provocato un problema al governo e al partito»: sarebbero queste, in particolare, le parole con cui il ministro avrebbe chiesto scusa alla premier. Meloni, da parte sua, lo avrebbe ascoltato senza interromperlo, per poi rincuorarlo ma anche per richiamarlo all’ordine con una certa fermezza. Il succo del messaggio, stando alle ricostruzioni non ufficiali, è stato sostanzialmente questo: comportandosi così fai un favore alla sinistra, dunque cerchiamo di ripartire, ma basta con questi errori. Una sorta di ultimatum bonario, insomma, più che un semplice incoraggiamento.

A rendere più teso il clima, nell’ultima settimana, è stata la vicenda legata al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, il quale si è visto allontanare – per scelta diretta del ministro – Emanuele Merlino, capo della sua segreteria tecnica. Una mossa che molti all’interno della maggioranza hanno letto come un vero e proprio affronto nei confronti di Fazzolari, figura chiave dell’esecutivo. Tant’è che, sempre da ambienti governativi, filtra la notizia secondo cui lo stesso Fazzolari avrebbe già dato mandato di trovare per Merlino un altro incarico, meglio retribuito e di peso politico equivalente, come a dire: “Il mio uomo lo salvo io”.

Un equilibrio fragile ma senza alternative

Per Meloni, quella che si profila è una partita delicata. Da un lato, c’è la sensazione – più volte ribadita in via informale – di essere stata tradita nella fiducia, o quantomeno di aver assistito a una gestione poco oculata del dicastero che ha finito per esporre l’intero esecutivo. Dall’altro, però, la premier non può permettersi il lusso di sfiduciare Giuli: un gesto simile, in questo momento, aprirebbe scenari di instabilità interna che nessuno, nel centrodestra, vuole davvero affrontare. Così, il richiamo resta verbale, accompagnato da quella «piena sintonia» ribadita a comunicato stampa, ma che i fatti – come la rinuncia alla missione europea – smentiscono in modo piuttosto eloquente.

E mentre il ministro, dopo l’incontro, si è chiuso nei suoi uffici senza rilasciare dichiarazioni, il Partito Democratico ha continuato a martellare, chiedendo chiarimenti in Parlamento e sottolineando la contraddizione tra le rassicurazioni di facciata e i comportamenti concreti. Una pressione che, almeno per ora, non ha prodotto ulteriori sviluppi giudiziari o formali, ma che tiene alta l’attenzione su un governo che non può permettersi passi falsi, specialmente in un settore sensibile come quello della cultura.

Il nodo Merlino e le ripercussioni interne

Il caso Merlino, in particolare, continua a rappresentare un tarlo difficile da rimuovere. La cacciata del capo della segreteria tecnica, per quanto motivata da ragioni di gestione interna al ministero, è stata percepita da una parte consistente del partito come un atto poco rispettoso nei confronti di Fazzolari, che di Merlino era il diretto referente politico. Non a caso, l’incarico che si sta cercando per Merlino – si parla di un ruolo di primo piano in qualche struttura periferica dello Stato – è stato descritto come un modo per «salvare la faccia» e scongiurare ulteriori tensioni.

Giuli, dal canto suo, esce da questa vicenda indebolito, ma ancora in sella. La sua capacità di resistere, per ora, dipende meno dalle sue dichiarazioni pubbliche – che sono state poche e generiche – e molto di più dalla necessità politica di evitare un terremoto in maggioranza. E così, mentre Bruxelles prende atto della defezione italiana, a Roma si continua a far finta che un’ora di colloquio possa bastare a ricucire uno strappo che, in realtà, si è solo temporaneamente ricoperto di belle parole.

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