L’Umbria, il siluramento e le toghe: la caduta di Elena Proietti Trotti scuote le stanze del ministero della Cultura
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Redazione Interno
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Non c’è pace per il ministero della Cultura. Quello che, al momento dell’insediamento del governo Meloni, doveva rappresentare il dicastero della “nuova egemonia” culturale dell’esecutivo – una sorta di laboratorio identitario per la destra italiana – si sta invece rivelando un terreno minato, un vero e proprio “Vietnam” per Fratelli d’Italia, come lo hanno definito alcuni commentatori interni. La ragione di questa tensione, ormai cronica, risiede in una sequenza di atti amministrativi improvvisi: il ministro Alessandro Giuli, con una mossa che molti interpretano come un ultimatum indiretto alla presidente del Consiglio (“o mi lasciate fare il ministro, o me ne vado”), ha firmato i decreti di revoca per due figure considerate pesanti all’interno del partito di maggioranza relativa. Si tratta di Emanuele Merlino ed Elena Proietti Trotti, quest’ultima originaria dell’Umbria, una regione che, per quanto periferica, ha visto negli anni crescere il proprio peso nelle trame della gestione della cosa pubblica.
Il peso di un nome: Merlino, Fazzolari e la gestione del documentario su Regeni
A guardare i curricula, il siluramento appare meno casuale di quanto si possa credere. Emanuele Merlino, infatti, non era un funzionario qualunque: ex capo della segreteria tecnica del ministero, era un uomo di strettissima fiducia di Giovanbattista Fazzolari, considerato da molti il “plenipotenziario” di Fratelli d’Italia nelle scelte strategiche dell’esecutivo. Eppure, neppure questa protezione – che in altri contesti avrebbe garantito una sostanziale inamovibilità – è bastata. Secondo le ricostruzioni giornalistiche disponibili, alla base del licenziamento di Merlino ci sarebbe la gestione del mancato finanziamento pubblico al documentario “Giulio Regeni – Tutto il male del mondo”, diretto da Simone Manetti. Il film, uscito nelle sale italiane il 2 febbraio, ricostruisce il sequestro, le torture e l’omicidio del ricercatore italiano dell’università di Cambridge, Giulio Regeni, il cui fu trovato senza vita nei pressi del Il Cairo il 3 febbraio 2016. La vicenda giudiziaria del giovane ricercatore, ancora aperta a livello internazionale, continua a rappresentare una ferita diplomatica con l’Egitto; e ogni atto – o mancato atto – di finanziamento pubblico viene letto come un segnale politico inequivocabile.
La reazione di Arianna Meloni: un “caso sul niente” o un tentativo di spegnere l’incendio?
Mentre i decreti venivano firmati, la politica reagiva a distanza. Arianna Meloni, capo della segreteria politica e responsabile del tesseramento di Fratelli d’Italia, ha cercato di ridimensionare la portata della vicenda. Intervistata dai giornalisti ad Andria – dove la città si prepara a rinnovare il Consiglio comunale il 24 e 25 maggio – ha risposto secca: «Comunque no, state creando un caso sul niente». Alla domanda se Alessandro Giuli rappresentasse un problema per il governo, la sorella della premier ha ribadito che non si tratterebbe di un’emergenza, né di una resa dei conti interna; piuttosto, di una normale dialettica di governo. E ha aggiunto, quasi come un’annotazione a latere: «Noi al governo? Non abbiamo inseguito marchette elettorali». Una frase, quest’ultima, che molti hanno letto come un tentativo di spostare l’attenzione dalla defenestrazione di due fedelissimi alla più ampia retorica dell’autonomia del partito dalle logiche clientelari.
Il piano inclinato: perché Giuli ha decapitato il suo staff
Chi è abituato a frequentare i palazzi romani sa che nessuna revoca avviene per caso. E infatti, stando a quanti conoscono i protagonisti, il piano era inclinato da tempo. Anzi, c’è chi giura che non sia mai stato stabile. Il ministro Giuli non ha semplicemente sostituito due collaboratori; ha azzerato i vertici del suo staff tecnico e personale, un segnale che va ben oltre la routine amministrativa. Nel mirino, però, un nome pesava più degli altri: Elena Proietti Trotti, la cui caduta agita non solo il ministero ma anche alcuni ambienti umbri legati alle filiere culturali locali. La sua rimozione, insieme a quella di Merlino, restituisce l’immagine di un dicastero in cui la lealtà al ministro prevale ormai su ogni altra appartenenza di partito. E mentre FdI cerca di mostrare compattezza, il “caso Cultura” rimane aperto, senza che nessuno – per ora – ne preveda una rapida soluzione.




