Grasset perde 170 autori dopo il siluramento di Nora: la lettera che scuote l’editoria francese
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Redazione Esteri
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La vigilia letteraria parigina, che solitamente si nutre di cene eleganti e interviste patinate, è stata scossa da un terremoto improvviso. Il 14 aprile 2026, Éditions Grasset, storica casa editrice d’Oltralpe, si è trovata al centro di una bufera destinata a lasciare il segno: Olivier Nora, che per ventisei anni ne aveva ricoperto il ruolo di presidente e direttore, è stato rimosso dall’incarico con effetto immediato. A firmare il provvedimento, una mossa tanto fulminea quanto attesa negli ambienti che seguono le dinamiche del gruppo Hachette, è stato il vertice della holding, ormai saldamente controllata da Vincent Bolloré. Al posto di Nora, un nome su tutti: Jean-Christophe Thiery, considerato da anni un fedelissimo del miliardario conservatore, una sorta di garante interno per le operazioni che mirano a rinsaldare il controllo ideologico sulla filiera culturale.
Una lettera che non ammette repliche
La risposta non si è fatta attendere, e ha assunto la forma di un documento destinato a diventare un caso di scuola. Oltre centosettanta autori di primo piano – tra i quali spiccano la scrittrice punk femminista Virginie Despentes e il filosofo Bernard-Henri Lévy – hanno firmato una lettera aperta in cui annunciano, senza mezzi termini, l’addio alla casa editrice. «Rifiutiamo di essere gli ostaggi di una guerra ideologica», si legge nel testo, «che punta a imporre l’autoritarismo nella cultura e nei media». Un messaggio tanto duro quanto calibrato, diffuso proprio nei giorni di apertura del Salon du Livre di Parigi, la kermesse che fino al 19 aprile trasformerà il Grand Palais in una vetrina globale di editori, lettori e, inevitabilmente, strategie di potere.
Le mani di Bolloré e il caso che brucia al Grand Palais
Il sito del festival, va detto, continua a proporre il suo consueto carnet di eventi spensierati: fumetti in primo piano come «ospiti d’onore», serate enogastronomiche definite «esperienze uniche», e un’esplosione di punti esclamativi che farebbe invidia a qualsiasi campagna promozionale. Eppure, sotto la magnificenza del padiglione di vetro e metallo eretto per l’Esposizione universale del 1900, pochi credono che si parlerà davvero di narrativa grafica o di abbinamenti tra sapori e storie. L’attenzione, piuttosto, è tutta concentrata sulle ragioni di quella fuga collettiva: più di centosettanta scrittori che voltano le spalle a Grasset, una delle insegne più prestigiose della letteratura francese, per protestare contro il licenziamento di Nora. Non si tratta di un semplice dissenso, bensì di un atto politico compiuto in piena regola, con Bolloré accusato di promuovere – attraverso le sue partecipazioni incrociate – un’agenda culturale reazionaria e vicina alle posizioni della destra più radicale.
L’addio come unica forma di resistenza
Per gli autori che hanno deciso di abbandonare la nave, nessuna mediazione sembra essere stata possibile. La lettera aperta, che ha raccolto adesioni ben oltre la soglia iniziale delle cento firme, ha assunto i contorni di un vero e proprio manifesto contro l’«autoritarismo» culturale: un termine pesante, che nel dibattito intellettuale transalpino rimanda a una preoccupazione diffusa per la deriva concentrazionista e ideologica dei media francesi. La scelta di Despentes, scrittrice nota per il suo sguardo radicale sui rapporti di potere, e di Lévy, filosofo mediatico per eccellenza, ha moltiplicato l’eco della protesta, trasformando un caso interno a una casa editrice in una questione di principio. Il silenzio, in questo frangente, è stato rotto solo dalla loro parola scritta: nessuna trattativa, nessuna promessa di un ripensamento. Per i firmatari, lasciare Grasset non è un atto di rottura fine a se stesso, ma l’unico modo per non diventare complici di una guerra che – a loro avviso – non ha nulla a che fare con la letteratura.




