Allarme attentato a Santa Rosa, i turchi si avvalgono della facoltà di non rispondere
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Redazione Interno
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Le indagini sui due cittadini turchi, Baris Kaya e Abdullah Atik, arrestati a Viterbo lo scorso 3 settembre, procedono tra molte ombre e il clamoroso silenzio degli indagati. I due, che ieri hanno visto convalidare il proprio arresto dal gip, hanno infatti scelto di non rilasciare alcuna dichiarazione durante l’udienza, esercitando un diritto che, sebbene legittimo, contribuisce ad alimentare il mistero sulla loro presenza in città in un giorno tanto carico di significati.
La scoperta delle armi – una pistola Browning calibro 9, una mitraglietta d’assalto Tokarev e tre caricatori – all’interno della loro stanza d’albergo, situata in un b&b con affaccio diretto sul percorso della Macchina di Santa Rosa, aveva immediatamente fatto scattare l’allarme per un possibile attentato. Un’ipotesi, questa, che le forze dell’ordine non hanno mai scartato del tutto, considerando la natura sensibile dell’evento, capace di richiamare migliaia di persone, e la pericolosità del materiale ritrovato.
Parallelamente all’inchiesta per possesso illegale d’armi, gli inquirenti stanno seguendo un’altra pista, forse più solida e legata alla criminalità organizzata di stampo turco. Secondo gli investigatori, i due giovani potrebbero essere dei semplici “manovali” inseriti in un gioco molto più grande, legato al racket del traffico di migranti, in particolare di dissidenti politici in fuga dalla Turchia. Un’attività criminale che, sul suolo italiano, vede una collaborazione inedita tra gang rivali in patria, come quella del boss Baris Boyun, noto come “Il Fratello Maggiore” e capo della “Daltonlar Çetesi” (la “Gang dei Dalton”), attualmente detenuto a L’Aquila.




