Omicidio di Capizzi, la difesa dell’indagato parla di un pestaggio prima dei colpi di pistola

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Nuovi elementi, che dipingono un quadro più complesso dei tragici fatti accaduti a Capizzi, emergono dall’inchiesta sull’omicidio di Giuseppe Di Dio, il sedicenne ucciso da colpi d’arma da fuoco davanti a un bar. La dinamica, secondo quanto sostenuto dalla difesa del principale indagato, il ventenne Giacomo Frasconà Filaro, sarebbe preceduta da un episodio di violenza ai danni del giovane, il quale, stando a questa ricostruzione, avrebbe agito in un contesto di tensione già palpabile. A conferma di questa tesi, il legale Felice Lo Furno ha reso noto, attraverso una dichiarazione, che il suo assistito “porta ancora ora i segni di quell’aggressione”, un’affermazione che introduce un tassello inedito e che gli inquirenti dovranno vagliare con attenzione per accertare la sequenza esatta degli eventi che hanno condotto alla sparatoria fatale.

Le reazioni politiche e la richiesta di interventi straordinari

La gravità dell’accaduto, che ha profondamente scosso l’opinione pubblica non solo locale, ha spinto il segretario nazionale di Azione, Carlo Calenda, e la responsabile del dipartimento Legalità, Sonia Alfano, a presentare un’interrogazione formale al Ministro dell’Interno. La richiesta, avanzata per iscritto, sollecita l’adozione di misure straordinarie finalizzate a contrastare la recrudescenza di violenza in Sicilia, una regione dove, come sottolineato dai due politici, il fenomeno della criminalità di strada e le infiltrazioni mafiose richiedono risposte immediate e incisive da parte delle istituzioni.

Le ammissioni dell’indagato e la difesa della famiglia

Nel corso delle indagini, Giacomo Frasconà Filaro ha compiuto i primi passi verso l’assunzione di responsabilità, confermando di essere stato lui a premere il grilletto. Le sue dichiarazioni, tuttavia, hanno al contempo operato una netta distinzione, scagionando esplicitamente il padre e il fratello, anch’essi finiti nei guai con l’accusa di averlo accompagnato sul luogo del delitto. Una linea difensiva che trova un’eco nelle parole della madre dell’indagato, la quale, pur esprimendo le proprie condoglianze ai parenti della vittima, ha categoricamente escluso un coinvolgimento attivo del marito e dell’altro figlio, sostenendo con forza che il padre “non avrebbe mai portato il figlio a uccidere”.

Il gesto di un testimone che ha evitato una strage

Mentre l’indagato continuava a esplodere colpi, creando un pericolo immediato e concreto per tutti i presenti, l’intervento di un altro giovane, Luigi Calandra, ha impedito che il bilancio potesse farsi ancor più tragico. È stato lui, con un atto di notabile coraggio, a strappare l’arma di mano all’omicida, prima che le forze dell’ordine potessero sopraggiungere e prendere il controllo della situazione. “In quel momento non ho pensato a me ma agli altri”, ha raccontato il ventenne, la cui azione ha di fatto fermato una sequenza di violenza che avrebbe potuto mietere altre vittime innocenti.

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