Il politologo Andrea Molle: «Anche senza Trump gli Usa avrebbero dato l'aut aut all'Europa»
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Redazione Esteri
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Andrea Molle, politologo della Chapman university in California, offre una lettura che distingue tra contingenza politica e tendenze strategiche di lungo corso. La sua analisi, che smorza gli allarmismi più accesi, individua nel documento sulla nuova Strategia per la sicurezza nazionale americana il culmine di una stagione di ridefinizione delle priorità statunitensi. «Anche senza Trump gli Usa avrebbero dato l'aut aut all'Europa», afferma, indicando come il tycoon, eletto nuovamente presidente, abbia avuto piuttosto «il ruolo di acceleratore e di rottamatore del linguaggio tradizionale». Una funzione, la sua, che ha reso più esplicito e diretto un orientamento ormai maturo, concentrato su questioni cruciali come la sicurezza energetica e l’assetto geopolitico, rispetto al quale «l’Europa deve fare i conti con la realtà».
Un documento che delinea obiettivi precisi
La versione estesa di quel documento strategico, non pubblicata ufficialmente ma visionata da alcuni osservatori, fornisce indicazioni operative che vanno al di là delle mere dichiarazioni di principio. In essa, l’Italia viene menzionata insieme ad altri Paesi, come Austria, Polonia e Ungheria, con i quali Washington dovrebbe intensificare la collaborazione. L’obiettivo, espresso senza troppi giri di parole, è quello di «allontanarli» dall’Unione Europea, perseguendo una frammentazione che, secondo la logica della nuova amministrazione, potrebbe contribuire a «rendere l'Europa di nuovo grande». Il metodo suggerito include il sostegno a «partiti, movimenti e figure culturali» che promuovano la sovranità nazionale e la difesa di quelli che vengono definiti «modi di vita europei tradizionali», a patto, tuttavia, che tali soggetti mantengano un orientamento filoamericano.
Le radici di un attacco mirato
Se l’attacco politico e retorico di Trump e del suo entourage si concentra con insistenza sull’Unione europea, in particolar modo sulle sue politiche migratorie – settore in cui, peraltro, da tempo l’Ue non rappresenta più un modello di accoglienza unitario –, la scelta non è affatto casuale. Non si tratta soltanto, come sottolineano alcuni analisti, di riproporre le solite corbellerie ideologiche sul declino della «civiltà occidentale», insidiata da presunte influenze aliene pronte a sostituirla. Quelle narrazioni, per quanto colorite e funzionali a mandare in sollucchero il suprematismo bianco del movimento Maga, a soddisfare gli appetiti dei nazionalismi emergenti e a rimpinguare tradizioni spesso inventate, servono a un disegno più concreto: creare fratture politiche sfruttabili.
La prospettiva di una rottura reversibile
Di fronte a scenari del genere, c’è chi, in una corrispondenza privata come quella indirizzata a un destinatario di nome Aldo, esprime un cauto ottimismo sulla reversibilità di certe posizioni. L’ipotesi avanzata è che il cambio radicale annunciato potrebbe conoscere una battuta d’arresto in seguito a futuri appuntamenti elettorali, quando l’equilibrio dei poteri a Washington potrebbe ridimensionare l’agenda dell’attuale inquilino della Casa Bianca. L’auspicio, espresso in tono colloquiale, è che «chiunque sarà il prossimo presidente non potrà essere così stupido ed ignorante e tornerà ad essere amico dell’Europa». Si tratta di una visione che, mentre riconosce la gravità della sfida lanciata all’Europa, la considera in parte legata alla contingenza politica interna americana e quindi potenzialmente superabile.




