La Coppa d’Africa ribaltata in ufficio: il Marocco vince a tavolino, Senegal fuori
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Redazione Sport
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A due mesi esatti da quella notte di Rabat che aveva consegnato al Senegal il suo secondo Titolo continentale, la Confederazione del calcio africano ha riscritto la storia dell’ultima Coppa d’Africa, e lo ha fatto con un verdetto che non tiene conto di quanto accaduto sul rettangolo verde ma si basa esclusivamente sulla lettura a posteriori del regolamento. La Corte d’Appello della Caf, riunita per esaminare il ricorso presentato dalla Federcalcio marocchina, ha stabilito che i Leoni del Teranga vanno considerati sconfitti a tavolino per 3-0, assegnando di conseguenza il trofeo ai Leoni dell’Atlante, e la motivazione, per quanto contestata, affonda le radici in una protesta plateale che portò la squadra allenata da Pape Thiaw ad abbandonare il terreno di gioco per diversi minuti durante la finale del 18 gennaio scorso.
La vicenda, che aveva già assunto contorni surreali la notte stessa della partita giocata allo stadio Principe Moulay Abdellah, conosce ora una nuova e probabilmente non definitiva evoluzione: il ricorso della Federcalcio marocchina, respinto in prima istanza dalla Commissione Disciplinare, è stato invece accolto dall’organo di secondo grado della stessa Caf, che ha ritenuto applicabile l’Articolo 84 del Regolamento della Coppa d’Africa, quello che prevede appunto la sconfitta a tavolino per la squadra che lascia il campo senza autorizzazione arbitrale. I fatti risalgono ai concitatissimi minuti di recupero della finale, quando l’arbitro, dopo un consulto al Var, concesse un rigore al Marocco per un fallo su Brahim Diaz, e la reazione dei calciatori senegalesi fu immediata e furibonda, al punto che l’intera squadra, seguendo le indicazioni del proprio commissario tecnico, fece ritorno negli spogliatoi, dando vita a un momento di tensione che fece temere per la regolare prosecuzione dell’incontro.
L’articolo 84 e la notte della vergogna
Furono necessari una quindicina di minuti, e l’intervento pacificatore di Sadio Mané che provò a riportare la calma tra i suoi compagni, per convincere il Senegal a ripresentarsi in campo, un ritorno che però non scongiurò l’applicazione successiva del regolamento. Quando Brahim Diaz, dal dischetto, fallì l’impatto con la sfera tentando un cucchiaio che si spense tra le braccia di Edouard Mendy, la partita parve avviarsi verso i tempi supplementari, dove poi Gueye segnò la rete decisiva per l’1-0 che fece esplodere di gioia Dakar e gettò nello sconforto Rabat, ma quelle proteste e quell’abbandono, seppur temporaneo, erano destinati a pesare come un macigno nelle settimane successive. La Commissione d’Appello della Caf, nel suo comunicato ufficiale, ha infatti stabilito che la condotta della nazionale senegalese integra gli estremi degli articoli 82 e 84 del regolamento della competizione, dichiarando la Fédération Sénégalaise de Football responsabile di una violazione che comporta la sconfitta a tavolino e l’eliminazione definitiva dalla competizione, con il risultato omologato sul 3-0 in favore del Marocco.
La decisione, che di fatto riscrive l’albo d’oro della Coppa d’Africa 2025 assegnandola ai nordafricani, non si è limitata al solo risultato della finale, ma ha inciso anche su altri aspetti disciplinari legati a quella notte di follia collettiva. Per quanto riguarda il calciatore marocchino Ismaël Saibari, al quale era stata comminata una squalifica di due giornate più una multa salatissima per condotta scorretta, la Corte ha confermato la violazione ma ha ridotto la sanzione a due turni di stop, di cui uno con la condizionale, cancellando contestualmente l’ammenda di centomila dollari. Analogamente, sono state riviste al ribasso le multe inflitte alla Federcalcio marocchina per l’episodio dei raccattapalle che avevano infastidito il portiere senegalese Mendy e per l’utilizzo di puntatori laser dalle tribune, mentre è stata confermata la sanzione di centomila dollari per le interferenze nell’area riservata al Var.
Sanzioni ridimensionate ma titolo ribaltato
Se per alcuni aspetti collaterali le pene sono state mitigate, il cuore della sentenza rappresenta un terremoto per il calcio africano, un ribaltone che non ha precedenti nella storia della Coppa delle Nazioni Africane per ciò che concerne una finale. La Federazione senegalese, attraverso i suoi legali, ha già annunciato battaglia e l’intenzione di ricorrere al Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, definendo la decisione della Caf come un atto ingiusto e inaccettabile che rischia di screditare l’intero movimento calcistico continentale. La posizione della Federcalcio marocchina, dal canto suo, è espressa in una nota ufficiale nella quale si precisa che il ricorso non era volto a mettere in discussione la prestazione sportiva delle squadre, ma esclusivamente a chiedere l’applicazione delle regole, ribadendo l’impegno per la chiarezza del quadro competitivo e per la stabilità delle competizioni africane, parole che però non placano la furia dei senegalesi, i quali parlano apertamente di una ingerenza della politica e di una presunta volontà di accontentare i padroni di casa della manifestazione.
Il riferimento va alla scelta del Marocco come paese organizzatore di questa edizione, un dettaglio che per molti osservatori non è secondario nel determinare una sentenza così pesante, anche se la Caf, nel suo comunicato, si è limitata a citare il dettato regolamentare senza entrare nel merito delle pressioni ambientali. La finale, etichettata all’indomani della gara come la partita della vergogna per via delle scene di caos e di abbandono, ha visto anche le durissime reazioni del presidente della Fifa Gianni Infantino, che all’epoca parlò di comportamenti inaccettabili, e ora quel verdetto del campo è stato completamente ribaltato a tavolino, regalando al Marocco quella coppa che inseguiva dal lontano 1976. La querelle giudiziaria, tuttavia, è ben lungi dall’essere conclusa, e l’ultima parola, come già accaduto in passato per casi simili che hanno coinvolto squadre marocchine e tunisine in ambito di Champions League africana, spetterà molto probabilmente ai giudici del Tas, chiamati a districare una matassa che intreccia proteste, regolamenti e l’orgoglio ferito di due scuole calcistiche tra le più importanti del continente.




