Finale Coppa d'Africa tra Marocco e Senegal oscurata da proteste e caos
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Redazione Sport
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Rabat, capitale del Marocco, ha vissuto una serata di finale che, andando ben oltre i confini del semplice gioco, ha sconfinato in un teatro di follia sportiva e polemiche dall'esito imprevedibile. Si attendevano novanta minuti di tifo roboante per incoronare i padroni di casa, i cosiddetti "Leoni dell'Atlante", guidati da un tecnico che aveva promesso di riscrivere una storia costellata di delusioni, ma il destino ha scritto un copione surreale. La partita, infatti, si trascinava stancamente verso i tempi supplementari sullo 0-0, quando l'arbitro, già protagonista di una decisione grave in precedenza, ha innescato il caos totale nell'ultimo istante del recupero, assegnando alla nazionale locale un calcio di rigore per un contatto di modesta entità avvenuto in area. Una decisione, quella del fischietto, percepita come ingiusta e sproporzionata dalla squadra avversaria, al punto da spingerla a una scelta estrema e senza precedenti in una simile occasione.
L'abbandono del campo e il ritorno surreale
La reazione del Senegal, dopo un iniziale e comprensibile sconcerto, è stata immediata e plateale: il ct, sostenuto dai suoi giocatori, ha deciso di abbandonare il terreno di gioco in segno di protesta, lasciando solo i giudici di gara e una formazione avversaria attonita. Mentre il pubblico fischiava e l'imbarazzo cresceva, i senegalesi raggiunsero gli spogliatoi, in un silenzio carico di tensione che sembrava preludere a un abbandono definitivo e a conseguenze disciplinari incalcolabili. Dopo una decina di minuti interminabili, però, accadde l'imprevedibile: su impulso del proprio capitano, una figura di grande esperienza internazionale, la squadra fece ritorno in campo, una scelta che molti attribuiscono alla paura di ripercussioni federazionali che avrebbero potuto coinvolgere anche la partecipazione al prossimo campionato del mondo.
L'epilogo beffardo sul dischetto
Il rientro, tuttavia, non servì a placare gli animi, ma solo a spostare l'apice della paradossale vicenda sul dischetto del rigore. L'esecutore designato, l'ex milanista Brahim Diaz, si presentò alla lunetta con la responsabilità di trasformare quella punizione così contestata nel gol della vittoria. Con un gesto che voleva essere forse di suprema sicurezza, o forse di sfida, il giocatore tentò un cucchiaio, una scelta tecnicamente azzardata e psicologicamente gravosa dopo tanti minuti di interruzione. Il pallone, invece di solcare la rete, si sollevò debolmente finendo nelle braccia del portiere senegalese, beffando le attese di un'intera nazione e trasformando la presunta ingiustizia subita dal Senegal in un'occasione clamorosamente fallita dagli avversari.
Un finale che non chiude le polemiche
Quella che doveva essere la celebrazione del calcio africano si è dunque trasformata in una pagina discussa, dove i fatti di gioco sono passati in secondo piano rispetto alle decisioni arbitrali e alle reazioni che ne sono seguite. L'episodio dell'annullamento del gol, avvenuto poco prima del rigore contestato per un fallo su un difensore marocchino che era crollato al suolo dopo un contatto minimo, aveva già creato un clima di profonda irritazione. Il susseguirsi di eventi, dalla protesta all'abbandono, dal rientro al rigore sbagliato, lascia ora una partita il cui esito sportivo, deciso poi ai calci di rigore, sarà per sempre accompagnato da un punto interrogativo sull'impatto che quelle scelte arbitrali ebbero sul suo svolgimento. Una serata che a Rabat ha mostrato come, a volte, il dramma collettivo e le emozioni più crude possano prendere il sopravvento sulla semplice bellezza dello sport.




